Milano 27 Febbraio – Amministrare Milano non è amministrare un condominio. Avere il senso delle ricadute che una decisione presa ha sui cittadini è essenziale per un buon governo. Tutto questo per dire che Pisapia quando ha voluto con forza la strafamosa Area C, avrebbe dovuto immaginare che il commercio nel territorio interessato avrebbe avuto un arresto. Ma l’ideologia ambientalista di facciata ha prevalso e l’area C è diventata legge. Un fallimento totale: non ha diminuito l’inquinamento, visto che Milano rimane una delle città più inquinate d’Europa, ha (e forse era questo il vero obiettivo) rimpinguato le casse del Comune, ha creato problemi a tanti automobilisti e fornitori dei negozi in centro. La limitazione del traffico che voleva ottenere doveva essere affiancata da un potenziamento dei mezzi pubblici con una politica di costi che fossero popolari, ma appena insediatosi a Palazzo Marino, ha aumentato il prezzo dei tram, autobus e metropolitane, facendo ventilare l’ipotesi ultimamente di nuovi aumenti. Ha ottenuto l’incremento dei “portoghesi” che non pagano il biglietto. Una moda che si è diffusa anche tra chi vive in ristrettezze economiche e non può pagare gli abbonamenti raddoppiati per volere di una Giunta ottusa. E ora la notizia che ogni due giorni chiude un negozio nel centro Negozi storici come il Ferramenta Meazza, perchè non c’è più il passaggio di un tempo, perchè arrivare in macchina è proibitivo, perchè gli ausiliari sono come cannibali in attesa, perchè, in buona sostanza l’equazione è: meno gente, meno commercio, fino alla chiusura dell’attività. Scrive il Corriere “Se gliel’avessero raccontato qualche anno fa, pochi ci avrebbero creduto. Si chiudono le saracinesche sul centro di Milano, quelle una volta terreno fertile per lo shopping ad ogni latitudine. Tra fallimenti, chiusure, liquidazioni e concordati negli ultimi quattro anni ha chiuso un negozio ogni due giorni. E non è più solo una questione di orario, giorno o stagione. Ma di resa economica dei proprietari. Rabbia, rassegnazione. Avevano resistito al boom dei centri commerciali, all’assalto low-cost dei concorrenti cinesi…… Basta fare due passi nelle vie del centro per imbattersi in cartelli «vendesi» o «affittasi» ingrigiti dal disinteresse collettivo. Secondo i dati della Camera di Commercio di Milano sono 690 i negozi chiusi dall’inizio del 2011, 206 nell’ultimo anno, 15 dall’inizio del 2015. Soffrono tutti, in particolare quelli di abbigliamento (colpa di centri commerciali calamita, temporary shop e esplosione dell’e-commerce), le edicole e le cartolerie (per il calo di appeal della carta). Una caduta costante, che ha colpito soprattutto le piccole botteghe storiche. Come la boutique Mademoiselle del ‘54 in via Manzoni, il negozio di tessuti Corlaita del ‘71 in via Borella, la profumeria La Porta Blu del ‘75 in largo Augusto o L’Antichità Bonatelli del ‘77 in via San Giovanni sul Muro. Storie diverse a poche centinaia di metri di distanza. Negozi meno storici aprono e chiudono senza che nemmeno la gente si accorga della loro esistenza.” I commercianti ringraziano Pisapia.

Soggettista e sceneggiatrice di fumetti, editore negli anni settanta, autore di libri, racconti e fiabe, fondatore di Associazione onlus per anziani, da dieci anni caporedattore di Milano Post. Interessi: politica, cultura, Arte, Vecchia Milano