Milano 24 Giugno – Mi chiamavano Zingara perché portavo le scarpe solo nei giorni di festa e camminare scalza mi dava un senso di libertà che mi rendeva felice. Non c’erano i campi Rom nel prato che diventava Parco Nord, c’era il verde delle nostre risate, quando inventare il far west dei film americani era il massimo della trasgressione di una fantasia che voleva conoscere nuovi orizzonti, nuovi mondi. Mi chiamavano anche ‘vint chili’ perché ero magra, ossuta e sempre in movimento, per una povertà che a volte veniva risolta con una pastasciutta e un pomodoro dell’orto e a volte con una rosetta e una fettina di bologna. Avevamo ottenuto una casa popolare in via Ponale al 66: una bella casa, praticamente nuova, con il balcone e le rose, le scale grandi, imponenti, un cortile con i lavatoi… c’era proprio tutto, pensavo. Nella cantina,mio padre custodiva i tesori da vendere: giornali, ferro, rame, perché faceva ‘el strascé’ con una bicicletta sempre lucidissima, come fosse un’automobile. Aveva costruito una specie di scatola di legno con i manici, insomma un cestino rudimentale per la bicicletta e tutto per me, per portarmi in giro, io la sua principessa. Io con i capelli ricci biondi e gli occhi azzurri come i fiordalisi del prato e tutti dicevano che ero bella e potevo diventare una star del cinema. Ma ho imparato ben presto che dalla periferia è difficile uscire, ho imparato che la vita ti fa qualche regalo, qualche momento di felicità, ma il tempo passa e anche i sogni e le illusioni. Oggi ho due figli splendidi per bontà e capacità, sempre alla ricerca di un lavoro stabile, con il sorriso della speranza perché io ho voluto che vedessero il mondo e le persone e gli avvenimenti sempre con ottimismo. Sono figli come me della periferia dove l’arte di accontentarsi la impari subito, dove il massimo a cui aspirare è vivere con dignità, misurando anche i sogni. Qui mi conoscono tutti ed è bello uscire di casa e trovare un saluto e un sorriso, a volte anche un aiuto. Ogni sera faccio le pulizie nei bar qui intorno ed è l’unico lavoro che ho trovato, in questo pezzo della mia vita. Ma sono abbastanza contenta perché i miei figli nella stagione estiva andranno a fare i camerieri in un posto di mare e faranno anche un po’ di vacanza. Guarderò i fiori del mio balcone e cercherò di intravedere quei folletti che tanto amavo da bambimna. Folletti buoni, s’intende, quelli che portano solo cose belle.

Soggettista e sceneggiatrice di fumetti, editore negli anni settanta, autore di libri, racconti e fiabe, fondatore di Associazione onlus per anziani, da dieci anni caporedattore di Milano Post. Interessi: politica, cultura, Arte, Vecchia Milano