Il cha cha di Renzi: promette e poi smentisce

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Milano 24 Ottobre – Renzi è così convinto di se stesso che ricorda, toscano, giovane e smaliziato, Lucignolo. Quanta enfasi il personaggio di Collodi metteva nel dipingere, al povero Pinocchio, il Paese dei Balocchi! Però se di là ci pensò l’omino di burro a riportare sulla terra i due malcapitati, il povero Renzi deve fare i conti ogni volta con le coperture finanziare o gli equilibri di partito. E allora è tutta una rettifica, una correzione, una retromarcia. Come quella sull’Imu per castelli, ville e residenze di lusso, che viene confermata al primo tintinnar di sciabole della minoranza Pd. Oppure su Verdini, altro argomento scomodo, che fa drizzare i capelli, se non proprio a Bersani per ovvi motivi, quantomeno ai suoi. A Otto e Mezzo, esce fuori il dilemma su «Ala», se entrerà in maggioranza. «A oggi assolutamente lo escludo. Poi da qui al 2018, osservo che c’è uno sfarinamento del centrodestra che mi colpisce molto», afferma Renzi. Una mezza apertura. Ma la realpolitik è un po’ come il Grillo parlante, e rende necessaria una nota di Palazzo Chigi: «Denis Verdini e i suoi non fanno e non faranno parte del governo. Se in futuro vorranno aggiungersi con i loro voti a singoli provvedimenti della maggioranza, questo riguarda esclusivamente la libera dinamica politico-parlamentare e non la coalizione di governo». Incidente sfiorato, dunque. Forse meno grave di quello del 21 settembre di quest’anno. Direzione nazionale Pd, convocata nel pieno dei contrasti tra il premier e il presidente del Senato per l’emendabilità dell’art.2 del ddl Boschi. «Se riapre l’articolo 2 anche nelle parti già votate in doppia conforme – dichiarò Renzi parlando di Grasso – sarà un fatto inedito e sarà necessaria una convocazione di Camera e Senato». Un premier che avoca a sé l’agenda delle assemblee parlamentari? Subito si scatenò il vespaio. Il premier fece una virata sul ciglio del burrone: «Ovviamente volevo dire che chiederò una convocazione dei gruppi del Pd, per capire cosa fare». Certo, «ovviamente». Per un periodo, inoltre, era ben noto come a Renzi prudessero le mani per andare al voto. Riflesso incondizionato emerse in una gaffe nella sua trasferta australiana, a novembre dell’anno scorso. Passando al cantiere della Kellyville Station, un hub ferroviario in cui Impregilo-Salini è della partita, Renzi disse: «Spero sia ultimato in coincidenza delle prossime elezioni, così potrò venire ad inaugurarlo durante la campagna elettorale». Solo che il cantiere dovrebbe terminare circa un anno prima della nostra legislatura. Accortosi della mezza scivolata, poco dopo precisò: «In Italia si voterà, ma nel 2018. Lo dico a beneficio degli amici giornalisti». Tuttavia il gusto di Renzi per la sparata con annessa rettifica era già emerso ai tempi di Palazzo Vecchio. Nel 2011, in un’intervista a Sportweek, paragonò a Fantozzi quei dipendenti comunali «che timbrano alle 14 e già un quarto d’ora prima sono in coda con il cappotto, pronti ad uscire». Apriti cielo. «Fantozzi sarà lui», disse del Sindaco un rappresentante sindacale del Comune. Poi, Renzi ritenne di correggere il tiro: «La maggioranza degli impiegati pubblici lavora bene. Vorrei che quelli capaci ci aiutassero a isolare chi fa il furbo». Può capitare, poi, che le passioni esondino. Una è quella del calcio. Così dall’account di Renzi, una volta partì un comunissimo tweet come tanti se ne leggono la domenica, in cui tra utenti ci si sfotte su goal dubbi e decisioni arbitrali. Però per un premier esiste anche una ragione di opportunità. Tutto fu sistemato con un comunicato ufficiale di Palazzo Chigi che attribuì la responsabilità del cinguettio ad un collaboratore del premier, che, venne spiegato, si era confuso tra il proprio profilo e quello di Renzi. Sarà. Ma tra sparate, frenate e marce indietro in una vorticosa attività mediatica, fa sempre fede l’adagio di Luigi XIV: «È difficilissimo parlare tanto senza dire qualcosa di troppo».

Pietro De Leo (Il Tempo)

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