Il dolce gusto del boicottaggio in un assolato Sabato di Novembre

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Milano 8 Novembre – Ieri mattina c’era una temperatura invidiabile. Nonostante i venti gradi, però, qualcuno tentava di arroventarla. Con risultati piuttosto scarsi. Contesto: si volantinava in un altro tranquillo Sabato di militanza fuori dalla Coop di via Derna, zona Palmanova, profonda periferia Milanese. Ammettiamolo, con un pizzico di goliardia. Fuori dalla Coop nella patria dell’Esselunga, un banchetto sulla sicurezza ha un po’ il sapore della sfida. In ogni caso tutto ci si poteva aspettare, meno che a manifestare a due passi da noi ci fosse la CGIL. Che non contestava noi. No. Anzi abbiamo fatto pure uno scambio culturale di volantini. No, contestava la Coop. Seriamente. Era una ventina. Ed urlavano “Tutti fuori” a quelli dentro. Segni dei tempi, verrebbe da dire. Del Renzismo, forse. O forse di un mondo che non esiste più. La CGIL che contesta la Coop perchè non rispetta i lavoratori. È persino difficile capire da dove iniziare a descrivere il paradosso. Forse dai dati. Ad occhio e secondo testimonianze raccolte sul luogo circa metà ha aderito allo sciopero. Il che vuol dire che il supermercato funzionava perfettamente. Mancava giusto qualcuno dietro alcuni banconi. In uno, afferente ai salumi, non c’era l’addetto. Ci si doveva arrangiare. Nulla di complicato. Le file erano perfettamente in linea con quelle usuali di un Sabato a pranzo. Come lo so? Mi sono tolto uno sfizio. Sono andato a fare la spesa alla Coop. Credo sia la prima volta. Io i miei soldi ai nemici di Caprotti preferisco non darli, ma stavolta sarebbe entrato anche lui. Se non altro per rendere onore ai martiri del diritto al lavoro. Non al posto di lavoro. Al lavoro. Quello che una volta persino il PCI difendeva. Quello che oggi viene mortificato, abusato, sobbarcato di inutili orpelli. Che istantaneamente si trasformano in diritti. La condanna dei nostri giorni. Le pretese trasformate in diritti scritti nella pietra. In ogni caso, sì, sono andato a fare la spesa alla Coop per boicottare la CGIL. Non che fossero antipatici i sindacalisti, eh. Ma era una questioni di valori. Di libertà, innanzitutto.

La libertà per il singolo e per l’impresa di poter decidere tra loro i termini del contratto. La libertà per il sindaco di poter lavorare senza pressioni di gruppi esterni. La libertà per l’azienda di creare valore. La libertà del consumatore di fare la spesa quando lo ritiene più in linea con i suoi impegni. Ho provato a capire quali fossero le altissime ragioni con cui si misuravano i contendenti. Ho rinunciato. Qualsiasi fosse il motivo urlare ai lavoratori di uscire l’ho trovata una violenza morale insopportabile. Non ingiusta, sia chiaro. Non da perseguire. Legittima. Ma che volevo contrastare. Nel mio non essere nessuno ho voluto lasciare trenta euro di spesa, per dire grazie a chi era rimasto. A chi aveva deciso, nonostante tutto e nonostante tutti, che il diritto a lavorare va difeso per principio. Anche quando ci si rimette. Non si fanno le trattative con i megafoni. Inoltre pretendere aumenti di stipendio a crisi in corso e pure in deflazione non pare furbissimo. Ma, a parte tutto, davvero, era la decisione umana che andava premiata.

E lo è stata. Da me e da decine di altri. Il supermercato era pieno. Il comizio si è spento da solo. Come sempre, chi vuol opprimere la libertà si alza un’ora prima di chi la difende, ma chi la difende resiste sempre un’ora in più. Perchè, una volta provata, la libertà non ammette ritorni al passato. È il bioritmo dell’eterna lotta tra socialisti e liberali.

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