La vera storia del voto di scambio tra Sala, D’Alfonso e la comunità dei grossisti cinesi contro i residenti di via Paolo Sarpi

Milano

Di Claudio Bernieri 

Milano 10 Febbraio – Un sabato sera di gennaio a Chinatown. I grossisti cinesi aderenti all’Unione imprenditori italo cinesi  riuniti in un bar valutano l’opportunità di candidare l’imprenditore Hu Xiao Bing al consiglio comunale di Milano, quale angelo custode  dei loro affari.. Proprio qualche giorno prima, il signor Hu e  compare Zhou Bin (altro esponente della nobile imprenditorialità cinese di borse e chincaglieria  ), avevano discusso insieme sulla possibilità di mobilitare i cittadini cinesi  in occasione delle primarie del centrosinistra. Esito dell’incontro fu una proposta scritta in cui si attribuivano le difficoltà delle loro attività  imprenditoriali  alla mancanza di una rappresentanza bella chaopolitica. Rappresentanza identificata proprio nella figura di Peppone Sala, l’unico che, secondo  Ho e Zhou, aveva  i requisiti necessari: doveva ascoltare le loro richieste, proteggere i loro interessi, migliorare la loro condizione. Traduzione , non politicamente corretta: niente Guardia di Finanza, niente  scontrini , niente ZTL, più lavoratori in nero.

8 febbraio . La signora Germana, residente in via Paolo Sarti racconta: “ io e alcuni aderenti allo storico  comitato  “Vivi Sarpi”, con  il portavoce Lionetto che insieme da anni ci battiamo  contro il degrado della zona grazie alle attività commerciali dei vu cumprà cinesi, abbiano chiesto un incontro con il candidato sindaco alle primarie Giuseppe Sala; era per il 30 gennaio. Esco di casa , ma  mi  fanno sapere che Sala  è davvero molto impegnato, e che disdice l’appuntamento. Ma  il gesto  mi è sembrato poco carino  :  ciumbia , perché il giorno dopo Sala ha incontrato  gli imprenditori cinesi  e compagnia bella. E sotto sotto , dietro le belle parole, si è parlato di chiudere un occhio sull’attività dei grossisti cinesi di chincaglieria, contro l’impegno  della comunità cinese di votare in massa alle primarie. Fatto sta, che nei giorni successivi, è stato  impiantato  in via Paolo Sarpi un gazebo dove si davano indicazioni ai residenti cinesi come si vota Sala, in quale località, quali documenti portare, ecc. ecc. Grazie a questi voti, Sala ha  superato la Balzani , t’è capì? ”spiffera indignata la signora Germana.

Via Paolo Sarpi, le botteghe storiche, gli studi di architettura, i pensatoi post moderni guardano ora con preoccupazione al voto di scambio tra i grossisti della paccottiglia  made in China  e il manager  Peppone  von Expo .“Ma noi vorremmo farlo, sto incontro”, ribatte il signor Lionetto, portavoce dello  storico comitato:”sto cercando la strada per farmi ricevere da Sala, pian pianino, con calma…insisteremo, lo inviteremo a una assemblea pubblica con l’altro candidato Parisi… noi ti avevamo chiesto un incontro, vorrei dire a Sala,  e tu  un’ora prima ce l’hai rinviato, come mai…? Eh, purtroppo  i commercianti cinesi… Vanno molto al sodo … di tutto si può discutere con loro tranne che del  business, la qualità della vita viene dopo… i loro interessi ce li hanno molto chiari, la  Ztl gli da fastidio, la vogliono far togliere, se trovano  un candidato sindaco che porta avanti la loro causa si fanno in quattro, e ahimè è quello che è successo!”

VIVI SARPIChe non ci fosse idemsentire tra i milanesi di via Paolo Sarpi e il companero Liu Sciao Beppe Cambiacasacca, in arte Sala, era cosa nota: bisogna risalire  ai tempi dell’Expo, quando all’assessore al commercio d’Alfonso, supporter eccellente di Beppe, venne l’idea di ghettizzare la via, simbolo del  commercio pacchiano dei grossisti made in China. Era  previsto  un rosso portale in stile Anno del Dragone da posizionare all’ingresso di via Sarpi,  avenue cinesizzata  dello shopping sbracalone e no-scontrini .. Dopo una sollevazione popolare dei residenti, il progetto naufragò nel ridicolo.

Domenica, 31 gennaio. Gli imprenditori cinesi  di chincaglieria e pelle arrivano così da Sala. Durante l’affettuoso incontro internazionalista, Peppone si presenta non come un politico, ma come un manager d’impresa, candidatosi per senso di responsabilità nei confronti “della città che ama”. Fermamente convinto della politica di accoglienza, comprensione e tolleranza, Sala dichiara il suo particolare interesse nei confronti dei valori e delle capacità dei cinesi, chiedendo il loro sostegno alle primarie del 6 e 7 febbraio. La signora Emma, portinaia a Chinatown,  a questo punto si ferma nel racconto: “ me racumandi, citto mosca, sa, qui c’ è la mafia cinese..” Il cronista promette acqua in bocca.

5 febbraio. Sui portali internet e sui social network utilizzati dai cinesi a Milano, spuntano così numerosi post con indicazioni e incoraggiamenti a utilizzare al meglio questa grossa opportunità: c’è anche chi, come i cronisti del Giornale, traducono dal mandarino la gamba tesa dei cinesi nelle primarie del Pd: “Noi cinesi dobbiamo votare tuttiSala-Cinesi1 insieme Giuseppe Sala e far vedere agli italiani la nostra forza elettorale. Solo così potremo fare in modo che anche gli altri politici diano importanza alle nostre richieste. Questa sarà la prima volta che la comunità cinese prende un’iniziativa politica. Dopo di ciò, faremo sentire a tutti la nostra voce, finora inascoltata. Il nostro obiettivo è sostenere unitamente il candidato Sala, perché solo lui è quello appropriato ai nostri interessi. Votare non è solo un diritto, ma anche un dovere. Tutti i cittadini cinesi in possesso di un permesso di soggiorno possono partecipare alle primarie. C’è un sindaco che vuole ascoltare le nostre richieste, che vuole portarci benefici, allora sarà il nostro Vangelo.” E ancora:  “A Milano ci sono circa trentamila cinesi, un numero considerevole. Mobilitare tutti i cinesi e farli a votare è una priorità. Alcuni non sanno niente a riguardo bisogna delegare i rappresentanti delle associazioni e far informare tutti i loro contatti, dando chiare indicazioni su come votare e al nome da indicare sulla scheda. In secondo luogo, bisogna parlarne con qualunque cinese: parenti, amici, sconosciuti, bussando alle porte, telefonando, via messaggi. […]. Considerata la ristrettezza dei tempi, bisogna agire subito, in modo che l’impresa riesca.”. Non basta: “Possiamo prevedere che se Sala diventa sindaco ci saranno molte più opportunità per noi cinesi.” Sala-Cinesi

Sul web e sui social network girano  anche indicazioni, corredate da immagini, su come individuare il seggio e come votare: “Arrivati al seggio, dovrete compilare un semplice modulo, pagare due euro a testa e segnare Sala tra i quattro candidati”. Non mancano, poi, i commenti alle indicazioni di voto, divisi come spesso accade sul web, tra chi scherza e chi si prende troppo sul serio: “Prima Milano, poi tutta l’Italia”, “Se lo voto, mi mette i quiz per la patente in cinese?”, e infine: “Ma dobbiamo pure dargli due euro?”.

Questi  retroscena del voto di scambio lasciano un po’ di amaro in bocca. “Ora che Sala sarà candidato sindaco di sinistra e si porterà dietro D’Alfonso che è sicuramente il mediatore per tale avventata promessa, mi aspetto che il candidato di destra sia determinato e determinante per il ripristino della legalità” spiega un altro abitante della zona, il signor Augusto” Il clima che si respira è di totale scetticismo, almeno da parte mia, perché sempre e comunque vince il vile denaro ed il proprio orticello alla faccia di tutti i principi morali e legali che vengono sbandierati solo per convenienza. Ancora più nauseanti le giustificazioni fornite da Fiano e dall’imprenditore cinese  Francesco Hu sulle loro pagine Facebook al grido dell’integrazione.” Già , ecco la vetrina di Facebook. Roberto Festa, un giornalista milanese  che segue le primarie Usa  sente il dovere morale sulla sua pagina  di Facebook di fare una analisi del voto di scambio tra  Sala e i grossisti cinesi : ”sento che, a proposito del voto della comunità cinese, si citano proprio le esperienze USA, le varie comunità cui i politici oggi chiedono il voto in tempo di primarie/elezioni. C’è, mi sembra, una differenza sostanziale. Qui, le comunità, sono appunto quelle degli italo-americani, gli irlandesi-americani, i nippo-americani e così via. C’è la componente nazionale d’origine, ma c’è anche e soprattutto la componente “americana”. Questa è gente che ha recitato il pledge of allegiance a scuola, che, più o meno bene, parla inglese, che spesso è radicata negli USA da decenni; che insomma è e si sente “americana”. L’origine nazionale – cinese, italiana, polacca, coreana – è essenziale perché li fa “essere” americani. In quanto l’America, gli Stati Uniti, è un luogo di arrivi, di migrazioni, bisogna essere arrivati da qualche altra parte del mondo per essere “americani”. A me è capitato, in questi giorni, di parlare con tassisti del Sudan, dell’Etiopia, di Haiti. Potevano parlare un inglese scarso, ma sapevano esattamente per chi e perché andare a votare. Il caso di Milano mi sembra un po’ diverso – almeno da quello che si legge in giro. Contrattare con i “rappresentanti” di una comunità il voto dei suoi membri – che arrivano ai seggi spesso senza essere particolarmente informati su candidati, programmi, significato del voto – non c’entra niente con i progressi di una società multietnica e multirazziale. Anzi, è esattamente il contrario della società multietnica. Usa i membri dei gruppi etnici in modo strumentale e quindi subordinato. Non sono cittadini, sono voti.”

“Mi vengono in mente proprio  i clientes romani  dell’antichità “ chiosa  un architetto di passaggio in via Paolo Sarpi con l’IPad acceso.. Interviene un commerciante, Remigio, sulla soglia della sua bottega: ”Non contesto assolutamente l’autonomia del PD (o forse sarebbe meglio dire del centrosinistra) nel decidere chi far votare alle proprie consultazioni interne. Tuttavia ritengo estremamente preoccupante la mobilitazione di una comunità, con modalità che sono state denunciate anche da persone in servizio ai seggi, e quindi appartenenti a quella parte politica, a favore di un unico candidato. Che, guarda caso, è proprio quello che ha rifiutato di incontrare l’associazione dei residenti Vivisarpi. Mi spaventa molto l’accenno alla cancellazione della ZTL. Sarebbe un punto estremamente contraddittorio per una parte politica che negli ultimi cinque anni si è spesso espressa con provvedimenti penalizzanti nei confronti del traffico automobilistico. Una tale promessa sarebbe davvero configurabile come cedimento a pressioni della comunità cinese”.

Intanto Liu Sciao Beppe Cambiacasacca , che grazie ai voti cinesi ha vinto il suo duello con la Balzani, gongola e forse  già  pensa  agli islamici, ai nigeriani, ai senegalesi e ai gambiani: perché allora sbandiera il suo slogan senza vergogna:” Con me sindaco, gli immigrati non verranno più chiamati così a Milano.” ? Già,  non saranno per caso  da chiamare ascari, giannizzeri, mercenari , truppe cammellate? Insomma, non cittadini, ma vù votà.

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