Milano 12 Maggio – L’arte come esperimento sociale contro l’anonimato delle grandi città. La mostra “condominiale” di Peter Glebo a New York. Una galleria di ritratti fotografici da esporre nella hall del condominio: questa l’idea dell’artista-imprenditore-regista americano Peter Glebo, in coppia con il pezzo grosso di Broadway Tommy Tune. Non volti qualsiasi alle pareti però, bensì quelli di tutti i residenti dello stabile, accompagnati da nome e cognome in didascalia.
Così ha fatto Glebo nel suo condominio newyorkese, antica costruzione dell’Upper West Side. È partito tutto da una semplice constatazione: quanto poco sapesse della “comunità verticale” accanto a cui viveva, di cui faceva parte. Un brulicare sottoterra di persone, storie, idee destinato a rimanere segreto: il cuore palpitante di un frammento di terra, da niente se confrontato con la vastità del pianeta, ma che chiamiamo “casa”.
Macchina fotografica alla mano, ha bussato ad ogni porta e incontrato chiunque animi quotidianamente le stanze del caseggiato, dagli inquilini storici agli addetti alle pulizie. Dopo le prime diffidenze, Glebo ha aperto il vaso di Pandora: ogni abitante non solo si è prestato al ritratto, ma ha condiviso con il fotografo racconti, aneddoti, confessioni, pezzi di sé fino a quel momento rimasti personali. Insomma, ognuno di loro – gente “di successo” che ogni giorno porta avanti la propria esistenza nell’ombelico del mondo, tra le confortevoli mura di una lussuosa dimora- non vedeva l’ora di parlare con qualcuno. Semplicissimo.
Quando capitano progetti simili, così potenti, bisognerebbe diffondere il più possibile la notizia e prendere spunto. Perché questo è un esempio luminoso e reale, fuori da ogni retorica, di come l’arte sia perfettamente in grado di sollevare problematiche sociali, grazie alla forza dimostrativa e concreta che un lucido saggio non possiederà mai. E qui sono tante, le questioni che spingono ad attaccare immagini degli abitanti all’ingresso di un bel palazzo del centro. In primis un modus vivendi contemporaneo più che altro statunitense, ma che attecchisce sempre di più anche oltreoceano: è sano equiparare anonimato, relazioni ridotte all’osso, il passare inosservati alla conquista della libertà? Inutile fare speculazioni e dissertazioni. L’arte che si fa esperimento sociale ci riporta alla risposta primordiale, ricordandoci che il progresso è un cambiamento apparente e modifica il modo di vivere, non le sue ragioni essenziali: siamo esseri umani, viviamo di storie, di molteplicità, di legami. Non esiste nessun tipo di “successo” che possa mettere a tacere la nostra natura.
Francesca del Boca
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