Ogni maledetto Lunedì, storia di una votazione

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Milano 16 Maggio – Il cinque Giugno si vota a Milano per rinnovare il Consiglio Comunale ed i Municipi. Il sei non si sa esattamente cosa succederà. Il Renzi Romano, Matteo, sostiene si debba votare ancora. Si deve essere accorto che il suo elettorato, ormai ricco e sazio, per votare i candidati del Premier non interrompe il ponte. Il Renzi Milanese, Beppe Sala, invece, imprigionato nei deliri operaisti di Majorino e compagni, non l’ha presa proprio benissimo. Dice che si spenderà troppo, che si dovrebbe risparmiare. A Londra votano in un giorno, diamine! Il Giovedì, per la precisione. Con un’affluenza del 30%. Per una carica, il Sindaco, che esiste da una ventina scarsa di anni. Insomma, il compagno Beppe ci tiene al fatto che si risparmi su tutto. Le spese elettorali, le sue presenze ai dibattiti pubblici (zero ad oggi) ed il numero di votanti. Solo in Expo non aveva grosse remore a spendere, come i 2,2 miliardi di euro di costi dimostrano. Qui è in gioco un balletto piuttosto stucchevole che più che sul binomio PD-Centro Destra, si gioca sull’asse Milano Roma. Le elezioni il 5 Giugno non le ha volute il Nord. Il Nord, che ha una lunga ed orgogliosa tradizione di alti afflussi e di partecipazione, fin dall’inizio ha detto che il cinque, con ballottaggi il diciannove, era una scelta idiota. Il problema era che, nel frattempo, a Roma si consumavano i drammi che ben sapete. E non parlo della Meloni. Parlo del PD costretto a ripiegare su Giachetti ed a contendersi un secondo posto al ballottaggio. Da allora ad oggi le cose sono molto cambiate. In principio si è scelto di votare solo il 5. Questa era pura follia. I seggi chiudevano alle 23 poi partiva lo scrutinio più folle del Mondo. Scusate se vi rivelo alcuni segreti. Ogni volta che l’elettore medio prende in mano una copiativa succedono disastri. Errori. Inesattezze. Se poi gli si dice di scrivere più nomi, ma di sesso diverso, nella stessa scheda, con il disgiunto ci si può aspettare di tutto. A questo va aggiunto un secondo voto, per le zone, che è perfettamente identico al primo, casini inclusi. Quindi ci sarebbe stato uno scrutinio mostruoso, che minacciava di finire alle undici della mattina dopo, richiedendo agli scrutatori più di 24 ore di veglia. Per i più sfortunati ininterrotte. Questo avrebbe portato ad errori, contestazioni e ricorsi a non finire. Ed ad una partecipazione molto minore. Ovviamente a nessuno dalle parti di Palazzo Chigi interessava nulla. Sala aveva preteso il voto in un solo giorno per mettere alle strette Parisi e tanto gli era stato concesso.

Ma di Milano a Renzi, oggi, non interessa più nulla. Sala è un’anatra zoppa, un cavallo bolso, uno che non ha smalto e non tira. Quindi tanto vale concentrarsi su Roma, dove pare che Giachetti se la stia giocando. Non ho, francamente, idea se questo sia effettivamente vero, posso però confermare, da una militanza quotidiana sul territorio, che il PD a Milano non ci sta nemmeno provando. La netta impressione è che sappiano che, in caso di vittoria, sarebbero ostaggio di Renzi. E qui Renzi non pare molto amato dai generali. Quindi la scommessa del Premier cambia. Beppe viene scaricato e lasciato a se stesso. Si voti pure il 6 e che Parisi passi in testa, ci vediamo al ballottaggio. Ma è imperativo che il PD arrivi al ballottaggio in due grandi città su tre, pena la perdita dell’inerzia necessaria al referendum ad Ottobre. Quindi, cari Milanesi, mettetevela via: per Renzi venite dopo Roma, ma soprattutto anni luce indietro rispetto alla Boschi. Ed alla sua riforma. Certo, è un vantaggio per la democrazia questa decisione. I motivi per cui è stata presa, d’altronde, sono piuttosto sconfortanti, non trovate?

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