Milano 7 Giugno – Matteo non sta sereno. C’è vita, c’è dialettica e c’è pluralismo persino un po’ schizofrenico, in un Paese che sembra seguire più ancora del solito umori particolaristici e rifuggire da una chiave politica generale. Certo, c’è la macroscopica, largamente prevista, eccezione di Milano, dove funziona quasi come nei Paesi avanzati, ci sono due grandi ipotesi di governo della città che si contendono la vittoria (e ben oltre i decimali ballerini psicologicamente sta molto meglio Parisi di Sala) e accanto la sacca protestataria è ricondotta al suo ordine fisioligico, che è del 10%. Ma il resto del Paese dopo questo primo turno di rilevantissime amministrative (checché ne dicano Feltri e Cerasa) è un guazzabuglio, è la tela di un pittore astratto, un domino di nomi e di cifre impazzito. L’unica costante, se vogliamo, è proprio questa, è una chiave di lettura in negativo, ma feconda in quanto inaspettata, perlomeno nelle proporzioni: Matteo non sta sereno. Il Partito della Nazione non esiste ancora, per quanto Verdini e giornaloni compiacenti ci abbiano lavorato, anzi è evaporata anche la semplice egemonia renziana delle Europee 2014, la narrazione del quarantapercento e de lavoltabuona.
Questa volta, per il premier, è stata pessima, e non solo perché quello che doveva essere il cavallo di pura razza renziana, il gran cerimoniere d’Expo Beppe Sala, si è rivelato un ronzino assai recalcitrante, che doveva prendersi la capitale produttiva forse anche al primo assalto, e assicurare così da solo il racconto governativo di queste amministrative, e invece è sostanzialmente alla pari con l’avversario, un Parisi tostissimo e obiettivamente da coinvolgere comunque vada ove mai si voglia rimettere in piedi un centrodestra liberale. No, non c’è solo l’insospettabile inadeguatezza di Sala, c’è ben altro. C’è, ad esempio, Fassino, un altro che a sentire la grancassa renziana doveva spaccare il mondo, che a Torino sta appena una manciata di punti davanti a Chiara Appendino, candidata del Movimento Cinque Stelle, quanto di meno compostamente sabaudo ci sia, eppure così è, e ilballottaggio è a forte rischio, visto l’ovvia tentazione della destra (e forse anche del sinistro-sinistro Airaudo) a convergere sui pentastellati. A Napoli, nonostante il massiccio investimento in termini di presenza scenica del premier e di presenza assistenzialista dei soldi dei contribuenti (272 milioni per la bonifica a Bagnoli, per dire), Renzi è fuori dal ballotaggio. L’ipotetica nouvelle vague della sua Valeria Valente, infatti, è stata saldamente distanziata da Gianni Lettieri, non proprio un nome trascinante, e sarà il centrodestra a giocarsi il ballottaggio con De Magistris (poi un giorno affronteremo l’anomalia, opposta a quella virtuosa milanese, di una città che dà più del 40% a un Masaniello forcaiolo e picaresco, ma è altro discorso). Persino Bologna, la rossa e fetale di Guccini, non fa star sereni la sinistra e Matteo Renzi: certo, Virginio Merola è in vantaggio, ma lontanissimo da quella vittoria al primo turno che in altri tempi, gli odiosi tempi della Ditta, da quelle parti era ovvietà, e la somma dei voti della leghista Borgonzoni e del grillino Bugani (somma che lì è più immediata che altrove, per ammissione degli stessi candidati) è seriamente in grado di sconfiggerlo.
Poi, certo, ultimo ma non ultimo, c’è il caso Roma. Per larga parte della nottata, Renzi ha rischiato di essere fuori dal ballotaggio pure nella capitale. Alla fine ce l’ha fatta, ma va incontro a una sicura disfatta: il divario è enorme, ben più di dieci punti, e sarà addirittura amplificato dall’indubitabile travaso dei voti della Meloni a favore della Raggi. La leader di Fratelli d’Italia, può ben dire di aver più che doppiato Marchini (deludente, troppo deludente, e forse tra lui e il Cav il problema è stata la falla comunicativa nel racconto dell’operazione), ma al ballotaggio avrebbe avuto in ogni caso lo stesso problema, la competitività quasi nulla con il Movimento Cinque Stelle.
Chi non vince, in ogni caso, è Renzi, il sugo della storia non cambia. E quando non vince, essendo uno che conosce a memoria l’obbligatorio alfabeto realista della politica, il premier non sta sereno. Aspettando i ballotaggi (che poi, non ci stancheremo di ripeterlo, significa aspettando Milano) è una prima buona notizia.
Giovanni Sallusti (L’Intraprendente)
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