Milano 27 Aprile – In questi giorni è uscita nella versione online del settimanale del gruppo De Benedetti una interessante inchiesta su quel che succede nelle Commissioni territoriali per l’asilo, ovvero quegli organi che valutano quali immigrati possano effettivamente restare per motivi umanitari. Emerge un quadro sconfortante. Per loro. Per me ad essere sconfortante è l’ipocrisia di fondo della sinistra. Credo che fra tutte le storie citate ce ne siano due particolarmente indicative. E parto subito con la più dura e difficile:
“Sei stata violentata? Perché hai cambiato paese e non quartiere?». M. è una donna eritrea. Sta raccontando la sua storia alla commissione territoriale, una di quelle che decidono quali migranti possono restare in Italia e quali no. Ha studiato ad Addis Abeba, dove voleva fare il meccanico. «In quel paese si può fare un lavoro da uomo», spiega. Nel 2010 sposa un etiope col matrimonio tradizionale. Ma tradizionale è pure la famiglia di lui, che la rifiuta. Per gli etiopi è e sarà sempre una spia eritrea. Non può proseguire gli studi né lavorare e così decide di partire e raggiungere la sorella in Sudan. Da sola. Ed è proprio a Khartum che il cognato la violenta: «Se avessi parlato mi avrebbe ucciso», dice. Ha paura di rivolgersi alla polizia e scappa in Libia.
Qui iniziano i dubbi del suo intervistatore. Perché ha lasciato il Sudan? Khartum è molto grande. Poteva semplicemente cambiare quartiere. Perché ha deciso di cambiare nazione?
Le linee guida Unhcr consigliano un tono rassicurante e domande pertinenti. Invece l’audizione per M. diventa un interrogatorio. «Non riesco a capire, perché ha lasciato suo marito dopo pochi mesi di matrimonio? Perché non si è sposata ufficialmente prendendo la cittadinanza etiope? Perché non conosce i motivi dell’arresto di sua madre? In Etiopia la consideravano una spia? E quindi che problema c’era?».
La stupreranno anche il padrone di casa dove lavora come domestica e i trafficanti. Il tono dell’intervista però non cambia: «Perché non è rimasta in Libia?». M. arriva finalmente ad Agrigento nel 2013. Un anno dopo la commissione non la riconosce come rifugiata. Consiglia solo di «fare visite mediche». Ci vorranno due anni perché il tribunale ribalti la decisione.
Ok, un tribunale le ha dato ragione. Tutti noi ci fidiamo dei tribunali. I tribunali sono belli. I giudici hanno sempre ragione. Ci mancherebbe. Io però al giudice che ha sempre ragione una domanda la farei: posto che lo stupro è un crimine orrendo, atroce e disumano, tutte le donne che hanno subito violenza hanno diritto di venire in Italia ed ottenere asilo? Ne siamo così sicuri? No, perché, purtroppo, lo stupro è un fenomeno diffusissimo. E potrebbe anche diventarlo molto di più se desse diritto a diventare rifugiate politiche. E noi non vogliamo certo una cosa del genere, vero? In secondo luogo, sulla presunta insensibilità di chi faceva le domande, io avrei una seconda domanda, ma vorrei farla dopo avervi proposto un secondo caso:
F. ha visto il fratello morire sotto i colpi dei ribelli in Mali. Fuggito dal colpo di Stato, ha superato nell’ordine i militari a caccia di disertori, il deserto algerino, il mare che lo separava dall’Europa. È un sopravvissuto. Ma non aveva previsto l’ultimo ostacolo, i quiz della commissione. «Come si chiama lo stadio di Goa?», «Non lo so». «E il ponte sul fiume», «Non lo so». «E il fiume?», «Niger».
Il commissario si fida sempre meno. «Quali sono i nomi dei paesi che ha incontrato per andare in Algeria?», «Non so, erano località piccolissime». Arriva il diniego, soltanto «i positivi segnali di integrazione» lo salvano dall’espulsione e gli consegnano un permesso temporaneo.
Ok, sappiamo tutti, mi auguro che i profughi non mentono mai. Che sicuramente è tutto vero, in quanto viene dal Mali. In Mali non mentono mai su nulla, no? Perché se vi fosse qualche normalissimo bugiardo anche là, allora tutte le domande del commissario sarebbero sacrosante. Se dico di venire da Londra e non ho idea di come sono arrivato qua, non so dove sono stato e attraverso cosa sono passato, come facevo a sapere che sarei arrivato a destinazione? Voglio dire, i trafficanti di uomini non sono proprio personaggi raccomandabili. Magari mi sono venuti due dubbi. Magari ho controllato. No. I dubbi non sono mai leciti. Ti hanno detto che fuggono da morte e carestia? E ti devi fidare Santo Cielo. Ecco, qui arriva la grande domanda: chi è un profugo per l’Espresso? Perché ho la fortissima sensazione che profugo e straniero dalle parti della loro redazione siano vagamente la stessa cosa? Il che, per carità, è lecito. Per l’Europa no, manco per scherzo, però non sottilizziamo. Ma almeno abbiate il coraggio di dichiararlo. Ditelo: per noi chiunque arrivi deve poter restare. Così ne prendiamo atto e se vince il PD alle elezioni prepariamo le valige e ce ne andiamo noi. Così c’è più posto. No?

Laureato in legge col massimo dei voti, ha iniziato due anni fa la carriera di startupper, con la casa editrice digitale Leo Libri. Attualmente è Presidente di Leotech srls, che ha contribuito a fondare. Si occupa di internazionalizzazione di imprese, marketing e comunicazione,