Vi spiego come funziona il racket delle occupazioni: le rivelazioni del pentito

Milano

Milano 3 Settembre – “Loro sono i capi, loro aprono le case. Rezk va a cercare le case vuote di sera, suona al campanello, guarda sui citofoni se c’è il nome, poi organizziamo l’occupazione. C’è anche un italiano che ci segnala quelle libere, e viene pagato direttamente da Rezk”. Nell’inchiesta sulle case popolari a San Siro e sul racket delle occupazioni che lo scorso maggio portò in carcere quattro egiziani, la procura e gli investigatori del commissariato Bonola hanno potuto ricostruire organigramma e modus operandi della banda grazie a uno degli arrestati che ha deciso di collaborare. Nel suo interrogatorio davanti al pm Maria Letizia Mannella, conferma come al vertice della banda, che controllava quasi settecento appartamenti, ci fossero Mohamed Rezk e Moustafa Said, 35 e 36 anni. “Il mio compito era sia quello di ricercare gli appartamenti da occupare sia di introdurre i nuovi acquirenti, ma anche di fare il palo durante le occupazioni”.

Le minacce e il terrore. Il “pentito delle occupazioni” mette a verbale che dopo aver iniziato a collaborare, già in carcere, è stato minacciato dai vertici del clan. “Rezk è venuto con altri tre egiziani e mi ha detto che se io riferirò qualcosa mi taglierà la faccia con il coperchio della scatola del tonno”. Ma la strategia del terrore riguardava anche chi nei condomini di case popolari intorno a piazzale Selinunte – in via Tracia, via Preneste, via Abbiati, via Morgantini, viale Aretusa, via Micene – osava ribellarsi alle regole del clan delle occupazioni. “Circa tre mesi fa, hanno minacciato un italiano che abita al secondo piano di via Aretusa, al civico 1, per farlo stare zitto. Quell’uomo si era lamentato per i rumori che gli egiziani provocavano tentando di aprire abusivamente gli appartamenti con dei ferri. Retz aveva un coltello, mentre Reda, l’altro egiziano arrestato, aveva un lama grande da macelleria”.

Il racket degli alloggi. La banda usava un bar in piazzale Selinunte come ufficio, una vera e propria agenzia immobiliare dove ricevere i connazionali in cerca di una casa. Per la prima volta in situazioni di occupazioni abusive, agli arrestati è stata contestata l’associazione a delinquere, perché ognuno aveva un ruolo specifico: chi ricercava le case da occupare, chi doveva sfondare e poi riparare le porte d’ingresso, chi si occupava di reperire gli arredamenti e ripristinare luce e gas, chi procacciava i clienti e incassava il denaro.

La gola profonda, di fronte alle foto degli indagati mostrate dagli investigatori, racconta: “Lui si occupa di aprire le porte, ma non conosco il nome. L’ho visto in via Tracia 2, due mesi fa, con un piede di porco. Nell’occasione io facevo il palo”. Di fronte alla foto di Rezk, dice: “Spesso l’ho visto parlare con un italiano, uno che gli segnalava gli appartamenti da occupare”. In un’altra foto riconosce Hussein, “lui si occupa di aggiustare le porte dopo le occupazioni, gli davano cento euro per ogni intervento”.

Il denaro in Africa. In base all’immobile, il costo dell’occupazione poteva arrivare anche a mille euro. “I soldi incassati da Rezk – dice ancora il collaboratore – vengono poi trasferiti alla moglie in Marocco, anche tramite il money trasfer di piazza Monte Falterona. In un’occasione io ho trasferito trecento euro a sua moglie. Lui prima spacciava, ora si occupa solo delle case. Ha molti soldi perché riusciva a cedere ad altri egiziani due alloggi al giorno”.

Sandro De Riccardis (Repubblica)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.