A Milano si pagano multe più del doppio di Roma. Il caso di Bari.

Milano

Milano 19 Settembre – Tre giorni fa alle 10,30 di mattina una Mercedes blu sostava in seconda fila nel centro di Roma. Era l’ultima di un’intera fila di auto, tutte in seconda fila, ma questa occupava una posizione particolarmente audace: precisamente sull’incrocio fra Salita San Nicola da Tolentino e via Barberini. Chiunque provenisse da via del Quirinale diretto verso via Veneto doveva laboriosamente aggirarla. La circolazione rallentava, una coda si era già formata, ma l’autista sedeva nella sua Mercedes in sosta consultando lo smartphone. Un passante gli si è avvicinato e ha chiesto: «Si sposta da solo o chiamo la polizia?». L’autista ha risposto: «Chiami la polizia». E ha ripreso a consultare Facebook.

Non ci sarebbe niente di rilevante, non fosse che per due circostanze. La prima è che Thomas C. Schelling ha vinto il premio Nobel per l’Economia nel 2005 studiando episodi del genere. Schelling studiava le conseguenze micidiali per la collettività di comportamenti individuali apparentemente insignificanti.

La seconda circostanza declina in Italia le parole di questo studioso americano: il ministero dell’Interno ha appena pubblicato i bilanci dei Comuni per il 2016. Fra le entrate figurano i «proventi dall’attività di controllo e repressione dell’illegalità e degli illeciti»: in gran parte multe, quelle che la polizia municipale affibbia per infrazioni del codice della strada.

Dalle ammende naturalmente ognuna delle grandi città d’Italia riceve un gettito diverso, in primo luogo perché il numero dei residenti varia molto. Il Comune di Roma l’anno scorso ha incassato (per competenza) 95,8 milioni di euro, quello di Bari 3,6 milioni; ma Firenze, con una popolazione di poco superiore a Bari, ha incassato oltre sette volte di più, 26 milioni di euro. Per farsi un’idea di quanto le regole della convivenza urbana siano prese sul serio e fatte rispettare nelle principali città d’Italia, il Corriere della Sera ha dunque costruito un indice. Lo vedete qui accanto: mostra quanto ogni residente abbia pagato a testa (in media) in multe ai Comune delle grandi città e quanti centesimi siano stati effettivamente incassati dall’amministrazione per ogni euro di ammenda.

La prima evidenza salta agli occhi: con poche eccezioni, le grandi giunte cittadine d’Italia faticano a farsi prendere sul serio quando reprimono le infrazioni. Bolzano incassa 67 centesimi per ogni euro di competenza del 2016, Bologna 54 centesimi, Milano 40; Napoli, Bari o Palermo sono intorno ai 20 centesimi: il loro gettito è un quinto di quanto avrebbe dovuto essere. Molti italiani, sperando che prima o poi arriverà un altro condono per quel parcheggio in seconda fila dell’anno scorso, non si prendono il disturbo.

Eppure non va in modo uguale ovunque. A Milano l’anno scorso sono stati pagati in contravvenzioni 89,5 euro per abitante, a Roma 33. A Firenze i proventi delle ammende sono stati in media 80 euro per residente, a Reggio Calabria 7. A Bologna 68, a Napoli e a Palermo poco più di 20. E così via. In Italia esistono livelli radicalmente diversi di applicazione, rispetto e timore per le regole delle città.

Potrebbe sembrare folklore regionale, se Schelling non avesse vinto un Nobel riflettendo sulle conseguenze enormi dei minimi gesti ripetuti milioni di volte. Prendete quelle auto lasciate in seconda fila nel centro di Roma, nella certezza dell’impunità. Se si immagina che il traffico creato da queste infrazioni non represse faccia perdere un solo minuto di lavoro al giorno a ogni occupato nella Capitale d’Italia — un’ipotesi, purtroppo, ottimistica — ecco il risultato: dalla Capitale sparisce ogni giorno l’equivalente della produzione di 2.500 lavoratori. Fossero concentrati tutti nella stessa azienda, è come se uno degli stabilimenti più grandi d’Italia restasse sempre chiuso per ragioni di forza maggiore. Se invece i minuti persi nel traffico fossero cinque al giorno e non uno, sarebbe come se a Roma fosse cancellata per intero l’attività quotidiana di 12.500 lavoratori (Alitalia e Atac, le aziende più grandi in città, contano circa 11 mila dipendenti ciascuna).

Non è difficile stimare il costo di un solo minuto perso da milioni di persone solo perché le regole della strada non vengono applicate. Poiché un’ora di lavoro in Italia genera in media circa 42 euro di reddito, ma al Centro-Sud un po’ meno, quel minuto quotidiano presenta alla fine un conto spietato: a Roma con 1,5 milioni di occupati sottrae 140 milioni di reddito all’anno, a Napoli 40 milioni, a Palermo 35. Sempre che il tempo sprecato non sia di più. E senza tenere conto dei danni all’ambiente. Non sorprende dunque che molte aziende preferiscano stare alla larga dalle città nelle quali le più elementari norme del codice della strada non vengono prese sul serio.

James Q. Wilson l’ha definita «la teoria dei vetri rotti». È quando i piccoli comportamenti anti-sociali restano impuniti, ha scritto il politologo dell’Università di Chicago, che si gettano anche le basi di tutto il degrado economico che segue.

Federico Fubini (Corriere)

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