Galli della Loggia: gli apparati pubblici e il declino dello Stato

Attualità

È naturale chiedersi se la nostra crisi non sia anche crisi dell’intero vertice amministrativo-giuridico, delle sue qualità e diciamo pure della sua etica

Milano 2 Gennaio – Sarebbe sciocco mettere sotto accusa istituzioni chiave dello Stato sulla base di poche seppur comprovate inadeguatezze, di singoli casi di malcostume, di sensazioni necessariamente generiche. Ma sarebbe altrettanto, se non più, sciocco tacere dell’impressione negativa che lasciano nel pubblico recenti notizie di cronaca riguardanti la Banca d’Italia, la Consob, e il Consiglio di Stato. Innanzi tutto perché in tutti questi casi ci troviamo di fronte a istituzioni di vertice in qualche modo rappresentative (al meglio!) di tutto un insieme; e poi perché l’impressione negativa di cui ho detto, lungi dal nascere solo da queste ultime vicende appare corroborata da indizi che si succedono ormai da tempo.

Come si capisce, è difficile essere precisi, dal momento che si tratta di un’impressione dai contorni ancora sfumati e dai contenuti non molto definiti. Ma forte è la sensazione che le istituzioni di cui sopra stiano smarrendo il senso della loro tradizione, che su di esse gravi sempre più il pericolo della perdita di quelle doti di capacità e di rigore che fin qui sono state parte essenziale della loro realtà e della loro immagine. Forte è la sensazione che in coloro che lavorano al loro interno stia venendo meno la consapevolezza del proprio ruolo. Del suo rilievo pubblico, nonché delle qualità personali e culturali che sono necessarie. Le cose sembrano stare proprio in questa maniera poco esaltante.

Ma se questa è oggi l’impressione che danno istituzioni come la Banca d’Italia e il Consiglio di Stato, allora è naturale chiedersi che cosa dovrà mai esserne di tutto il resto del nostro apparato statale: dell’alta burocrazia, dei suoi uffici, dei suoi capi. È naturale chiedersi, in una parola, se ormai la crisi italiana non sia anche crisi dell’intero vertice amministrativo-giuridico in senso lato dello Stato ( dalla Consob al Csm, al Consiglio di Stato, all’Anvur, al Consiglio Superiore dei lavori pubblici e così via seguitando), delle sue qualità e capacità di servizio, dei modi che ne regolano il reclutamento e il funzionamento. E diciamo pure la parola: della sua etica.

Il fatto è che tra le molte fratture che hanno segnato il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica ce n’è stata una, silenziosa ma importantissima, che ha riguardato l’élite pubblica del Paese, quella che vede fianco a fianco la politica e l’amministrazione (intendendo con il termine anche le varie magistrature). Prima del 1994 si era stabilita tra le due una notevole convergenza. Terminato negli anni 60 il difficile periodo di assestamento del nuovo regime repubblicano e liberatisi i vertici dello Stato dalle scorie fasciste , la politica, ancora memore delle usurpazioni della dittatura, aveva pian piano imparato a rispettare (e in buona misura anche ad apprezzare) le autonome competenze dell’alta amministrazione e delle alte magistrature. Le quali a loro volta avevano appreso a contare, per la difesa della propria autonomia e la salvaguardia del proprio standard etico-culturale, su una parte della cultura cattolica ma specialmente sul forte abito di moralità pubblica rappresentata dalla tradizione laico-repubblicana nonché, a motivo del proprio ruolo di opposizione, da quella comunista: entrambe molto influenti e ascoltate rispettivamente nel governo e nel Paese. Personalità politiche come Andreatta, La Malfa, Amendola, sono state i custodi simbolo di questo ethos politico-amministrativo. Che aveva un nome un po’ pomposo che oggi suona quasi umoristico: senso dello Stato.

La rottura del ’92-’94 ha cambiato tutto. Ha spezzato il filo di una tradizione che bene o male risaliva ai padri fondatori e ai loro ideali. A partire da quella data è rapidamente giunta al potere una classe politica sempre più simile a quello che ormai stava divenendo la media del Paese: culturalmente slegata da qualsiasi passato, priva di visione, immersa nell’atmosfera economicistica dei tempi; moralmente disinvolta e indifferente alle regole. Una classe politica, infine, che perlopiù imbevuta di euro-universalismi e dei miti della globalizzazione, nulla poteva realmente sapere di quell’ideologia dello Stato nazionale e dei suoi interessi che alla fin fine è ancora oggi l’ideologia essenziale che sorregge ogni funzione pubblica. Era soprattutto una classe politica nuova, agli occhi della quale governare non voleva più dire amministrare quanto specialmente comandare; che negli apparati dello Stato non cercava tanto degli interlocutori intelligenti quanto degli esecutori obbedienti.

È accaduto così che nella seconda Repubblica i vertici dello Stato, l’alta burocrazia, i grand commis e le alte magistrature, perduto il precedente rapporto con una sfera politica addestrata e consapevole, si siano trovati in certo senso abbandonati a se stessi. Presi nell’alternativa tra la tentazione di un’impossibile autonomia sempre sul punto di divenire separatezza autoreferenziale da un lato, e dall’altro la richiesta di una subalternità compiacente prossima a una vera complicità. Tra il credersi arbitri dei destini collettivi e il farsi servi-padroni della politica. Ed è accaduto che in questa stessa malefica alternativa si siano trovate le istituzioni che essi rappresentavano. Lo Stato della seconda Repubblica soffre da vent’anni del virtuale scollamento tra l’élite degli apparati pubblici e l’élite politica, la cui causa principale sta nel mutamento radicale che ha investito tanto la sfera della politica e le sue idee che la dimensione del governare. Un mutamento al quale però quegli apparati non possono andare dietro perché esso implica più o meno direttamente la negazione della loro funzione.

Ernesto Galli della Loggia (Corriere)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.