Ci serve una (vera) Difesa euro-atlantica

Attualità

Milano 16 Maggio – Pubblichiamo un estratto dell’intervento “Sicurezza euro-atlantica nel post Brexit” che l’ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata ha tenuto nell’ambito del convegno sul tema organizzato alla Camera dei deputati.

Una valutazione su forme e moduli di collaborazione nel post-Brexit non può trascurare l’importanza di quanto è avvenuto con l’operazione del 14 aprile scorso contro l’arsenale chimico siriano attraverso la missione congiunta Usa- GB- Francia, sulla quale sia l’Alleanza Atlantica, sia l’Unione Europea hanno espresso la loro approvazione. Neppure si devono sottovalutare le collaborazioni che legano tra loro, al di fuori almeno per ora del quadro PESCO, alcuni Paesi europei, gli Stati Uniti, e attori regionali in missioni autorizzate dal Consiglio dal Sicurezza delle Nazioni Unite, ma che non sempre- almeno nella loro fase di avvio- sono rientrate nella tradizionale categoria del peacekeeping onusiano ex art. VII o art. VII dello Statuto: in particolare quella in corso dal 2012 in Mali e successivamente -con la Forza Congiunta G5 Sahel- in Niger, Chad, Repubblica Centroafricana, Burkina Faso e Mauritania. Anche in questo scacchiere la stretta collaborazione politica e militare tra un iniziale nucleo di Paesi europei- Francia, Gran Bretagna, Germania- e Stati Uniti, oltre che con i cinque Paesi del Sahel, si è rivelato essenziale all’avvio e al successivo consolidamento delle operazioni militari. L’ingresso sia pur tardivo dell’Italia nel teatro operativo del Sahel, con scopi di mero addestramento, era stato comunque giudicato dal Parlamento di rilevante importanza per contribuire al controllo delle rotte di migrazione illegale, e quindi per la sicurezza complessiva del nostro Paese e per la stabilità della Libia . Visto come sono andate le cose, resta l’interrogativo se la reazione del Governo del Niger, importante tassello del G5 Sahel e fortemente collegato alla Francia, sarebbe stata un’altra se Roma avesse risposto positivamente alle sollecitazioni che provenivano da Parigi sin dal 2012, per un sostegno almeno simbolico da parte del nostro paese nel fronteggiare l’emergenza terroristica e la destabilizzazione del Mali.

Tale vicenda non dovrebbe essere trascurata nel valutare le intese tra Washington, Londra e Parigi che hanno preceduto l’attacco del 14 aprile scorso contro le infrastrutture di armi chimiche in Siria. Anche qui si è avuta conferma di un ormai consolidato “nucleo politico militare” fra i tre principali “provider” della sicurezza Euro-atlantica ogni qualvolta la gestione delle crisi – anche all’esterno della regione Nordatlantica e quindi proprio negli spazi geopolitici dove si dovrebbe invece privilegiare una nascente difesa europea- richieda volontà politica, influenza diplomatica nelle sedi multilaterali, risorse e capacità operative . Lo “schema a tre”, che abbiamo visto ora operare in Siria, ma prima ancora in Sahel e nella Cirenaica di Heftar, è costituito da Paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, legittimi detentori dell’arma nucleare, con bilanci per la Difesa che sono, o stanno per diventare nel caso francese, i maggiori contributori della Nato. Tuttavia non si deve trascurare che anche altri importanti Paesi europei, tra i quali il nostro, tendono a fare massa critica con gli Stati Uniti con intese “multi- bilaterali” al di fuori del quadro formale dell’Alleanza Atlantica e dell’Unione Europea, su aspetti specifici del sistema di difesa, come quello delle collaborazioni industriali.

L’Italia deve guardare con attenzione a queste realtà per diversi motivi. Anzituttoperché la tendenza a “non impegnarci” militarmente limita inevitabilmente le potenzialità future del nostro Paese ad entrare e svolgere un ruolo efficace nella costruzione di un sistema di sicurezza e Difesa dell’Unione europea nel post-Brexit. In secondo luogo, i moduli operativi che si stanno sempre più affermando nei diversi contesti regionali sono di norma “Euro-atlantici“, e non esclusivamente “europei”. Si dimostra così, un passo dopo l’altro, il velleitarismo di quanti vorrebbero trasformare l’esercizio sulla difesa europea in un’arena di concorrenzialità tra europei ed americani, anziché in un necessario rafforzamento della dimensione atlantica attraverso un più decisivo apporto europeo.

Come ha scritto Le Monde l’indomani dell’operazione in Siria, “al di là della reazione all’uso criminale di armi proibite, lo spiegamento degli Stati Uniti e dei loro alleati è ugualmente apparso come una dimostrazione di potenza nei confronti di Russia e Iran, sostenitori del regime di Damasco. In occasione del raid l’intera regione è stata interamente accerchiata dai missili da crociera degli Stati Uniti e dei loro alleati francese e britannico.” Il quotidiano francese si diffonde quindi sulla tipologia delle armi di ultima generazione – tra le quali il sottomarino nucleare americano John Warner- impiegate per la prima volta in combattimento, sul pieno successo di un coordinamento e un’interoperabilità interforze tra i tre Paesi partecipanti nonché sul ruolo dei droni a lungo raggio per la ricognizione strategica “Global Hawks” e dei ricognitori U-2 partiti dalla base italiana di Sigonella. Eccezionale è stato, in particolare, lo sforzo logistico: con ben tredici rifornimenti a cacciabombardieri francesi in azione per oltre dieci ore di volo. Con soddisfazione l’analista di Le Monde sottolinea la piena capacità dimostrata dalla componente d’attacco della Francia a integrarsi nel dispositivo degli altri due alleati. Tutti gli obiettivi siriani, lontani l’uno dall’altro, inquadrati da forze diverse e collocate in scacchieri pure distanti tra loro, sono stati colpiti nell’arco di pochi minuti. La campagna di contro informazione subito sviluppatasi sulla rete, con aumento di almeno venti volte superiore ai valori medi dei ” troll” filo siriani attivi sui “social”, e le minacce di attacchi hacker segnalate nelle ore successive da Londra e da Washington, attribuite alla Russia, possono essere ugualmente interpretati come reazione all’ effetto politico dell’iniziativa militare occidentale. Certo, si discuterà a lungo dell’insufficiente definizione di una strategia e visione politica per la Siria prima di passare ad un’iniziativa militare, anche se la finalità dichiarata, credibile per le vicende che hanno portato alla decisione di attaccare, era chiaramente quella di un gesto mirato a sanzionare l’inaccettabile recidiva nel violare la Convenzione per la Proibizione delle Armi Chimiche, rendendo finalmente più credibile il principio di deterrenza sino ad ora paralizzato dai veti russi in Consiglio di Sicurezza.

Se alcune “lezioni” si possono trarre da quanto avvenuto il 14 aprile e dalla concertazione politica e militare che l’ha preceduto, credo che esse valgano anche a prefigurare gli assetti nella sicurezza euro atlantica del dopo Brexit. Sono “lezioni apprese” che evidenziano i limiti del processo di integrazione europea nella Difesa. Esse potrebbero ridimensionare, se non ben gestite, le prospettive della PESCO -Cooperazione Permanente Strutturata, nell’acronimo inglese- adottata dal Consiglio Europeo dello scorso dicembre. Dall’altro potrebbero esservi interferenze non positive nell’attuazione della PESCO. La prima “lezione appresa” riguarda il ruolo privilegiato dei due paesi europei – UK e Francia – che sono membri permanenti del Consiglio di Sicurezza(CdS). Comunque si voglia affrontare questa insuperabile disparità di status rispetto agli altri Ventisei membri dell’UE, la capacità di iniziativa e l’”ownership” di qualsiasi iniziativa da proporre troverà sempre la Gran Bretagna e la Francia in una condizione nettamente privilegiata quanto a conoscenza delle questioni trattate sotto le diverse angolature, quanto a definizione dei tempi necessari alla “gestione delle crisi”, e quanto alla pianificazione militare. La condivisione di tutto questo, inoltre, diventa spesso più immediata fra i tre Membri Permanenti occidentali in CdS – UK, Francia e USA- che non tra i due primi e gli altri Stati membri dell’Ue e della Nato, nonostante i meccanismi avanzati di consultazione tra i ventotto a New York e nelle altre istanze multilaterali. La non riformabilità del CdS e lo scarso successo sinora avuto dalla proposta, sempre sostenuta dall’Italia con altri partner europei, di creare un “seggio permanente europeo” peserà non certo di meno nel post-Brexit.

La seconda considerazione riguarda la volontà politica e la disponibilità dei diversi paesi europei a ricorrere, ove ritenuto necessario, allo strumento militare, a fini di Difesa, o di deterrenza. Se si dovesse stabilire una graduatoria sulla base delle esperienze fatte negli ultimi cinque anni, il nostro Paese si troverebbe in una posizione non molto alta quanto a propensione e disponibilità all’utilizzo dello strumento militare, rispetto agli altri principali partners europei e negli ultimi tempi persino alla Germania. Potrà essere questo un merito, secondo l’opinione di molti italiani. Ma potrebbe esserlo meno per quanti si preoccupano della sicurezza del paese e del cittadino, e della necessità di una difesa Euro-atlantica.

Giulio Terzi di Sant’Agata (L’Intraprendente)

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