Milano 20 Maggio – I maltrattamenti sui minori non hanno limiti temporali o spaziali, purtroppo sono un male diffuso e molto democratico. Proponiamo la sensibilità di Annamaria Lazzari che su Il Giorno ha pubblicato l’inchiesta “ Hanno tra i 3 e i 12 anni ma hanno già conosciuto il male da vicino. In quelle famiglie che dovrebbero essere un nido d’amore, hanno subito abbandono, maltrattamenti fisici o psicologici e, in alcuni casi, abusi. Sono trenta bambini accolti nelle tre comunità residenziali – due comunità per le fasce d’età dai 3 ai 9 anni e una dai 9 ai 12 – dell’associazione Caf, «Centro di aiuto ai minori e alla famiglia in crisi», che l’anno prossimo compie 40 anni di attività. Siamo in via Emanuele Orlando, zona Gratosoglio. Un’ex scuola materna per anni abbandonata è stata concessa dal Comune in comodato gratuito e ristrutturata per diventare una casa per i minori, allontanati temporaneamente o definitivamente dalle famiglie d’origine con un provvedimento del Tribunale per i Minorenni.
I bimbi sono per la maggior parte italiani, pochi gli stranieri e, oltre che dall’hinterland, arrivano da tutte le zone di Milano, dal centro alla periferia. I maltrattamenti si verificano in ogni ceto sociale. «Sono famiglie disfunzionali che possono essere caratterizzate da incuria, mancata competenza genitoriale, psicopatologie. In alcuni casi si sono verificati gravi maltrattamenti e sospetti abusi», chiarisce Luigi Ciavarella, responsabile tecnico-scientifico delle comunità 3-12 anni, oltre che di un’altra per gli adolescenti in via Zurigo. «Il filo rosso che unisce tutte le storie è la solitudine dei genitori. Non hanno il supporto di una rete familiare. Spesso hanno subito da piccoli anche loro maltrattamenti», rivela Valeria Vitale, coordinatrice di comunità. I bimbi seguono un percorso educativo personalizzato con il supporto di un’équipe multidisciplinare formata da educatori, pedagogisti, psicologi. Dopo la scuola, possono svagarsi nel giardino all’aperto o all’interno nella «sala cinema». Ovunque ci sono libri e giochi.
Gli educatori non fanno mancare coccole prima di andare a letto ma il vero punto fermo sono le regole: «Arrivano da un contesto caotico. Fissare orari per i pasti e per il sonno, a cui non erano abituati precedentemente, è importante perché la regolarità della giornata aiuta ad abbassare il loro livello d’ansia», spiega Vitale. Il reinserimento nelle famiglie d’origine è condotto dopo interventi psico-educativi. In altri casi si aprono le porte dell’affido. Come chiarisce Elena Monetti, responsabile tecnico-scientifico del servizio: «Non sempre è possibile il reinserimento nelle famiglie d’origine. E il tempo di permanenza nelle comunità non dovrebbe essere mai troppo lungo. Un bambino ha bisogno di sentirsi dire da qualcuno ogni giorno quanto sia speciale. Con noi la famiglia affidataria viene accompagnata durante il suo percorso». «Il nostro obiettivo è che questi bambini diventino cittadini del mondo. Quella resilienza che hanno dovuto imparare dovrà essere, nella vita, il loro punto di forza non di debolezza», ha sottolineato Luisa Pavia, amministratore delegato dell’associazione Caf.”
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