La crisi Inglese spiegata in parole semplici.

Esteri

Rule Britannia è stata per secoli la marcia più famosa del Regno Unito, seconda solo all’Inno nazionale. Riassume l’orgoglio dell’Impero, il posto nel mondo della Gran Bretagna. Nel suo ritornello ci sono cinque parole che possono descrivere alla perfezione la reazione dei ministri Inglesi al piano concordato tra la May e l’UE per la Brexit: Britons shall never be slaves. I Britannici non saranno mai schiavi. Ecco, questa la fotografia plastica di quello che sta succedendo. L’UE, nella tracotante certezza che il nemico si sarebbe spezzato se non si fosse piegato, ha voluto stravincere. Ed i risultati saranno disastrosi per tutti. Facciamo alcuni passi indietro per capire dove sia la ferita più brutale dell’intera situazione.

La Brexit è una circostanza unica, scaturita da due fattori: i soldi dati ad una unione che pretendeva denaro e restituiva regolamenti. Chiedeva soldi ed in cambio limitava la libertà. Almeno, così era percepita. Perché le cose più importanti, al di là ed al di qua della manica, sfuggono spesso all’occhio. Le norme, talvolta incomprensibili, era pensate per far sopravvivere una cosa fragile, ma bellissima: il mercato comune.

Un’istituzione che sta soffrendo perché, a gestirne i delicati meccanismi, è un esercito di politici illiberali, intenti ad accusare i populismi dei mali che hanno per decenni coltivato a loro volta. Allergia alla libertà di impresa, attenzione maniacale agli interessi, veri o presunti, di ogni sorta di tribù di consumatori e protezione di produttori inefficienti a scapito di quelli economicamente di successo. Junker sa usare i congiuntivi e le scarpe le tiene ai piedi, ma le differenze radicali tra lui e Ciocca e Di Maio finiscono qua.

Di fronte ad un problema vero la risposta è stata convulsa. E le risposte convulse si pagano. Gli Inglesi usciranno dall’Ue, ma rischiano di perdere a scelta l’Ulster o la pace tanto faticosamente raggiunta in Nord Irlanda. Riusciranno a mettere un freno all’immigrazione, forse, ma rischieranno sempre di non poter vendere in Europa i loro prodotti o di accogliere le imprese che vogliono trasferirsi a Londra. Questo il quadro. L’UE ha deciso di aggravarlo: per almeno un anno l’UK dovrà subire le regolamentazioni europee, senza poter incidere su di esse. E questa situazione potrebbe andare avanti all’infinito. In ogni caso, la frontiera Irlandese sarebbe sempre sottoposta alle regole Europee. In sostanza: l’Inghilterra diventerebbe schiava di Bruxelles.

Sempre che il partito conservatore si pieghi. Cosa che non sembrerebbe probabile, al momento. La May rischia di saltare. Il partito, per bocca di uno dei Brexiters più duri, Rees Moog, potrebbe saltare. L’Uk potrebbe uscire senza alcun accordo dall’UE, perdendo il mercato unico, subendo un tracollo monetario enorme. Ricordiamo che già oggi cresce meno di noi. Certo, la disoccupazione è finita, e migliorerà ancora una volta espulsi i comunitari con le carte non in regola. Ma ne sarà valsa la pena quando i loro prodotti avranno perso ogni competitività e la City sarà in blacklist? Economicamente probabilmente no. Ma simbolicamente, il prezzo della libertà non è mai troppo elevato.

In tutto questo resta da capire perché Bruxelles abbia dovuto infierire in questa maniera. Quando mai, nella storia, le mire imperiali continentali hanno piegato gli Inglesi?

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