Reddito di cittadinanza, ci vogliono almeno due anni

Attualità

di Armando Panvini – Ogni forza politica, di ogni stato membro UE, ha voluto dare un nome di fantasia a quello che possiamo chiamare SMIC (salario minimo di cittadinanza). E durante la campagna elettorale, appena trascorsa, qualcuno si era premurato di farci sapere che avrebbe migliorato anche lo SMIG (la giusta paga), magari facendo un pò di confusione fra le 2 cose. Ma cosa sono SMIC e SMIG ? Quali sono le differenze ?
Lo SMIC è il reddito minimo di cittadinanza, un sussidio universale sotto forma di erogazione monetaria, a intervallo di tempo regolare, distribuita a tutti coloro dotati di cittadinanza o di residenza in grado di consentire una vita minima dignitosa, cumulabile con altri redditi, indipendentemente dall’attività lavorativa effettuata, dalla nazionalità, dal sesso, dal credo religioso e dalla posizione sociale ed erogato durante tutta la vita. Senza alcun obbligo da parte del soggetto.
Lo SMIG, il reddito minimo garantito è una forma di sostegno economico illimitata nel tempo, riservata a coloro che, per varie ragioni, hanno difficoltà ad inserirsi o reinserirsi nel tessuto lavorativo, o percepiscono comunque un reddito complessivo inferiore ad un determinato reddito di riferimento, potendo il “reddito minimo garantito” integrarsi anche con un reddito già esistente. Un’integrazione al minimo. Il “reddito minimo garantito” è subordinato ad una serie di adempimenti a cui il beneficiario è obbligato (effettuare colloqui per gli impieghi ciclicamente proposti dall’ufficio di collocamento), ed essere implementato da altri benefit, sia economici che in natura (pagamento spese affitto e riscaldamento, mezzi trasporto pubblici gratuiti, gratuità corsi di formazione, etc.) di valore equivalente.
Cosa dice il programma 5 Stelle? E cosa dice la Legge (PD) che ha istituito, nel 2018, il “Reddito d’inclusione”, il REI?
REDDITO DI CITTADINANZA (PROPOSTA 5 STELLE)
Dopo 9 mesi di governo siamo ancora alla proposta; la presentazione della Legge slitta di settimana in settimana, quindi useremo il condizionale in attesa che ne venga pubblicato il testo.
Si tratta dell’aiuto economico che il M5S vorrebbe destinare a 9 milioni di italiani senza reddito o con redditi al di sotto della soglia di povertà; chi percepisce, secondo l’Istat, meno di 780 euro al mese. Ovviamente bisogna calcolare questo reddito in base a come è composto il nucleo familiare. Nella proposta dei 5 Stelle si prevede un’erogazione economica pari a 780 euro al mese per chi è senza reddito o un’integrazione per arrivare a quella cifra per chi ha redditi troppo bassi. Integrazione che vale anche per i lavoratori full-time sottopagati o per quelli che fanno un part-time e non raggiungono tale cifra.
Ma attenzione: per ottenere il reddito di cittadinanza non è necessario essere cittadini di questo Stato, a prescindere da condizioni di reddito, età, occupazione. Non si tratta di una misura universale legata alla cittadinanza, ma condizionata (al di là del nome) all’inserimento lavorativo del richiedente. Nell’idea dei pentastellati, servirebbero alcuni requisiti per riuscire ad ottenere tale reddito: essere maggiorenni; essere disoccupati o inoccupati; avere un reddito da lavoro, come detto, inferiore a 780 euro (la famosa soglia di povertà) o percepire un assegno pensionistico più basso di tale soglia.
In pratica, come ha spiegato il “leader politico” di 5 Stelle durante la campagna elettorale, chi otterrà i 780 euro sarà obbligato a seguire un periodo di formazione e dare otto ore, settimanali, di lavoro gratuito allo Stato. Finito un anno in cui si riceve il contributo, l’importo del reddito di cittadinanza calerà perché “la persona verrà reinserita nel mondo del lavoro”. In sintesi: non si tratta – nelle idee dei 5 Stelle – di un sussidio da prendere, portare a casa, e stop.
Chi lo percepisce ha delle regole da seguire. E, quindi, iscriversi al Centro per l’mpiego (CPI) ed essere disponibile a lavorare; cercare lavoro per almeno un paio d’ore al giorno; frequentare corsi di formazione, ecc..
REI – REDDITO DI INCLUSIONE (legge dello Stato dal 1/12/2017)
Non è chiaro se questa legge, attiva dal 1°gennaio 2018, il Reddito di inclusione (REI), una Legge della Repubblica italiana, verrà assorbita dal Reddito di Cittadinanza. E’ l’esatto opposto del reddito di cittadinanza, in quanto misura universale di sostegno: un sussidio. Voluto dal governo Renzi e realizzato dal governo di Paolo Gentiloni è una misura di contrasto alla povertà, della durata di 18 mesi, dove l’unica condizione richiesta è la valutazione della condizione economica.  Il R.E.I. ha sostituito ed incorporato il SIA e l’ASDI; i cittadini possono richiederlo presso il Comune di residenza o eventuali altri punti di accesso che verranno indicati dai Comuni. Il REI è implementato da una seconda parte, che si attiva dopo i 18 mesi. Nel 2018 ha superato le 700.000 richieste ed erogato il contributo.
Il beneficio economico varia in base al numero dei componenti il nucleo familiare e dipende dalle risorse economiche già possedute dal nucleo medesimo. Parte da un beneficio minimo mensile di 187,50€, per 1 persona, ad un massimo di 539, 82€ per un nucleo familiare di 6 persone o più. Si tratta quindi di una misura universale – senza obblighi – seppur da ottenere attraverso un lungo e complicato percorso ad ostacoli.
Entrambe le iniziative presupporrebbero una profonda riforma dei Centri per l’Impiego (che verrà fatta?) e degli ammortizzatori sociali (di cui nemmeno si parla!). La riforma dei Centri per l’Impiego (Regionali) con l’apertura di decine di nuove sedi, la realizzazione di un software unico che centralizzi le offerte di lavoro su tutto il territorio nazionale e le ridistribuisca localmente, comporterebbe l’assunzione di migliaia di nuovi addetti. Segue poi la creazione di un dossier per ciascun richiedente che certifichi che ha rifiutato/accettato le 3 proposte di lavoro sottoposte, corsi di formazione, intesa stato-regioni- aziende ecc., ecc.. Un investimento in strutture, uomini e mezzi pari, se non superiore, al costo del progetto, stimato in 1,5 mld Euro. Si parte dai “Navigator” i coach formatori che saranno i mentori dei destinatari RdC. Nell’immediato ne verranno assunti ben 4.000, suddivisi fra le 20 Regioni italiane, con una prospettiva di oltre 30.000 assunzioni di Navigator ed un investimento di 250 milioni di Euro, nel prossimo triennio (2019-201). Per facilitare il processo le assunzioni, secondo la stampa, saranno gestite da ANPAL, che intanto dovrà strutturarsi alla bisogna e pensare anche a come formare i formatori, dopo l’assunzione.
Il R.E.I. non è esente da un iter burocratico che andrebbe rivisto. 1. Il cittadino si deve recare al CAF per richiedere l’ISEE; 2. il cittadino si deve recare al Comune con l’ISEE;  3.il Comune deve informare i servizi sociali; 4. i servizi sociali devono attivarsi per verificare la veridicità della richiesta; 5. i servizi sociali, una volta accertato che il problema è la mancanza di lavoro, trasmettono ai CpI; 6. il CpI di zona prende in carico il lavoratore, ecc., ecc., ecc…. La filosofia è: intanto prendi i soldi e dopo (i 18 mesi), se hai tempo e voglia, passa dal Centro per l’impiego per vedere se c’é un lavoro per te.
La filosofia del progetto M5Stelle, a questo punto, sembra avere rinnegato l’idea originale per aderire a quelle del (fu?) REI, invertendo le modalità di attivazione e cioè: Vieni al Centro per l’impiego (dove?), ti troviamo un lavoro (quale?) e ti diamo l’integrazione.
Se rifiuti il lavoro ti diminuisco l’importo del reddito. Nella realtà, come ormai sappiamo, in Italia, i “Centri per l’impiego” sono pochi, non funzionano, non sviluppano “politiche attive” coerenti, mancano di un coordinamento nazionale e, spesso, anche a livello locale. Sono uno “stipendificio” regionale con impiegati che, mediamente, hanno conseguito la terza media.
L’idea di formare una persona e reinserirla nel mondo del lavoro è difficilmente praticabile a queste condizioni. I vari esperti parlano di almeno 2 anni per far partire la “baracca” ed altrettanti per renderla efficiente ed efficace.
Una soluzione sarebbe quella di creare un fondo unico per l’avviamento alla pensione del 50/60enne scarsamente istruito ed altre categorie ormai a “fine corsa” lavorativa, impossibili da ricollocare. E’ anche vero, però, che non facendo nulla si induce la gente a non cercare un lavoro. Con un reddito minimo garantito uguale per tutti, le stesse risorse coprirebbero, con un principio di equità, una fascia molto più ampia della popolazione potenzialmente attiva. Entrambe le misure (REI/RdC) costano da sole almeno un punto e mezzo di PIL (circa 20 miliardi di Euro) ma sarebbero assolutamente sostenibili, a condizione di assorbire tutti gli altri ammortizzatori sociali esistenti, altra fonte di sprechi, per la parte di reinserimento al lavoro.
Raggruppando i diversi fondi sulla formazione, si renderebbero disponibili i miliardi destinati alla formazione (trattenuta su stipendi lavoratori dipendenti) e poco utilizzati (spesso per ignoranza delle aziende) creando nuovi posti di lavoro nel mondo dell’assistenza sociale e della formazione al lavoro, con importanti ricadute economiche finanziarie sull’indotto, che ne assorbirebbero il costo tramite l’aumento del PIL.
Assorbire nel Reddito tutti gli altri ammortizzatori sociali per garantire l’avviamento al lavoro. La legislazione esistente, in Italia, si traduce in una rendita di posizione che viene offerta ai “super garantiti” tramite la CIG, la CIGS e la mobilità (e fra questi c’è un élite formata dai “supercassaintegrati”, come quelli di Alitalia, Italtel, ecc. ecc., da decenni sotto tutela). Questi formano una “casta” a discapito dei poveri disgraziati che invece, una volta licenziati, non hanno possibilità alcuna di accedere agli ammortizzatori sociali. Alla “casta” vengono chiesti diversi obblighi formali e nel frattempo, si può benissimo lavorare in nero, in attesa della scadenza dei benefici programmati. Così facendo c’è il rischio che i Governi possano favorire, indirettamente, quella evasione fiscale che, a parole, tutti dichiarano di voler combattere.
Con i soldi già esistenti si potrebbero “portare” alla pensione chi è fuori dal circuito lavorativo, magari con un passaggio LSU, presso gli locali, formare e reinserire al lavoro coloro che per età e formazione sono “abili” al rientro; eliminare il lavoro nero generato dai cassaintegrati a lungo termine, altrimenti sarà un altro spreco faraonico di risorse pubbliche ( a debito)..

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