Era iniziato fin dal marzo 2016 lo scambio intimidatorio, un vero e proprio «dare e avere», messo in atto da cinque antagonisti del Comitato autonomo abitanti Barona (CaaB) di via Ovada.
L’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Roberto Crepaldi, riporta svariate testimonianze in cui si parla di alloggi “offerti” “in cambio di..”, ma il rapporto era condito di minacce, pressioni se non addirittura di percosse per chi si riteneva “sgarrasse”. Testimonianze largamente riportate da Paola Fucilieri su”Il Giornale” :
“Se ti allontani loro ti chiamano e ti obbligano a tornare dov’è in atto la protesta. Sempre sotto la minaccia di toglierti la stanza o l’appartamento, ci obbligano a partecipare a tutte le altre manifestazioni di protesta contro lo Stato.In particolare mi ricordo una manifestazione sotto il Comune di Milano e una in piazza San Babila contro il razzismo e il ministro Salvini. (…) Sono stato accusato un po’ da tutti di essere un traditore, perché non m’interessavo all’attività che loro facevano. Hanno votato il mio allontanamento dalla sede di viale Faenza, senza mai considerare che il mio impegno era condizionato dai i miei orari di lavoro (…)
Il collettivo si comportava da “padrone” nell’assegnazione abusiva delle case sfitte, mettendo a disposizione stanze o appartamenti dietro il pagamento di somme che andavano dai 700 ai 1.500 euro, con l’obbligo tassativo però di partecipare alle adunate e alle attività del comitato.
Finché lo scorso mercoledì questo autentico racket è stato sgominato della Digos, guidata da Claudio Ciccimarra, con l’imposizione a 5 caporioni, tutti pregiudicati tra i 21 e 28 anni, del divieto di dimora a Milano e dell’obbligo di presentarsi quotidianamente alla polizia giudiziaria, anche se il pm Lesti e l’aggiunto Nobili avevano chiesto per loro l’arresto. Si tratta di due uomini e a una donna italiani, un romeno e un angolano.
Come riporta l’articolo della Fucilieri “per riconsegnare le chiavi al Comitato che lo ha cacciato per «scarso impegno», A.E.H., il marocchino 43enne a cui appartiene la testimonianza all’inizio dell’articolo, il 18 settembre incontra nella sede tre degli arrestati. Ne nasce una discussione durante la quale uno di loro, italiano, lo colpisce con un pugno e una cazzuola, ferendolo a una guancia, mentre un altro, il romeno, lo afferra per il collo, tenendo in mano un bastone di circa 70 cm di lunghezza (allungatogli dalla madre!) e gli altri continuano a colpirlo con calci e pugni. Tutto davanti ai figli di 6 e 9 anni di un’amica marocchina (la donna incinta) che a verbale spiegherà poi : (…) Nel tentativo di aiutarlo anche io sono stata colpita da un forte pugno sotto il seno sinistro e una serie di calci a entrambe le gambe e sono finita a terra. Ero ancora accasciata quando ho visto i miei figli avvicinarsi e piangere (…) Sul posto è arrivata un’autoambulanza e una volante della polizia.”
Sono i certificati del pronto soccorso a confermare questo racconto oltre ad un sms con il quale quelli del Comitato minacciavano chiunque fosse andato con A.E.H., cittadino il marocchino, di fare sua stessa fine.
Anche la 32enne marocchina e il marito erano stati in precedenza accusati di non partecipare alle attività del Comitato nonostante avessero ottenuto un alloggio, e quindi minacciati con urla e intimidazioni davanti a casa perché se ne andassero. La donna aveva denunciato il fatto, ma dopo un mese aveva ritirato la querela, giustificandosi con la Polizia” Ho paura, per colpa di questa denuncia sono fuori con la mia famiglia, dormo in macchina e sono incinta(…). Non mi sento protetta dallo Stato, mi sento in pericolo.”
Milano Post è edito dalla Società Editoriale Nuova Milano Post S.r.l.s , con sede in via Giambellino, 60-20147 Milano.
C.F/P.IVA 9296810964 R.E.A. MI – 2081845