Con un pizzico di nostalgia e grande rispetto Toni Capuozzo ricorda…contro chi poco ricorda o non vuol riconoscere il valore dei militari che hanno fatto e fanno la storia di questo Paese. Un chiaro riferimento anche all’insensibilità e alla stupidità della Murgia che pontifica da un pulpito inesistente,
UNA MEMORIA CON/DIVISA
Forse ho preso da mio padre. Era un poliziotto e non l’ho visto mai una volta in divisa. A dire la verità non ho mai visto una volta neppure la pistola, che mi sarebbe interessata di più. So poco persino della sua carriera, e quello che so viene dai suoi orari sballati – stasera sono di pattuglione, diceva – o dai racconti di mia madre. Quando ho imparato la storia di Palatucci e degli ebrei salvati a Fiume, dove mio padre era in servizio al porto, lui ormai non c ‘era più. Ho fatto la naja, e per punizione mi hanno trasferito quattro volte, fino a un distretto militare nel bel mezzo della Sicilia. Non siamo fatti per la divisa, si vede, sebbene guardi adesso con affetto a quelle foto di naja, e a una fototessera di mio padre, l’unica immagine in cui si intuisce abbia portato almeno per un giorno una divisa. Non ho mai amato le uniformi, neanche quelle immaginarie da inviato di guerra, o da giornalista politicamente corretto e conformista: sono tenacemente casual, quanto a pantaloni e maglie, ma anche quanto ad anima e cuore e testa. Però non sono neanche stupido e non vedo dietro ogni divisa una minaccia per la democrazia, un Pinochet di turno. Anzi: per esperienza diretta in posti difficili so che dietro quelle divise ci sono persone per bene, che hanno a cuore la pace, che hanno fatto molto per difendere i deboli e i minacciati. Qualche volta gli è toccato combattere, per farlo. E’ il loro mestiere, e sono orgogliosi di saperlo fare bene. Nella mia esperienza personale, insomma, se c’è qualche pericolo per la democrazia – in quanto a svuotamento, sfiducia, incapacità di cambiare, avvilimento dei cittadini – viene da politici in giacca e cravatta, non da uomini in divisa. Se devo dirla tutta, ho così rispetto per la divisa che mi infastidisce quando un politico ne indossa una, sia pure per una visita a un reparto: mi sembra quelle magliette di calcio con il tuo nome, una foto e via, perché se dovessi scendere davvero in campo che razza di figure. Tutto questo per dire che la sortita di una scrittrice sull’uniforme indossata dal generale Figliuolo – che sta provocando una bella risposta collettiva sui social- non mi turba: so che la pensano così, che sono impermeabili ai fatti. C’è una sola cosa che mi dispiace. E’ immaginare quello che devono aver provato tanti vecchi amici della Brigata Sassari, sardi con una grande storia, e con una canzone che a me fa venire i brividi, perché l’ho sentita cantare in posti di sabbia, dai quali non tutti hanno fatto ritorno. Ma amen, mi interessano di più i fatti che le chiacchiere, e mi ha ferito di più la banalità di un capitano di corvetta che vendeva segreti, che non quella di una scrittrice in cerca di gloria. Qualche giorno fa mi ero stampato un articolo del Times of India che dava notizia della sostanziale chiusura, per parte indiana, della vicenda dei marò, con il versamento alle famiglie dei due pescatori uccisi di un milione e passa di euro da parte dell’Italia. La notizia ha impiegato qualche giorno ad arrivare sulla stampa italiana, e si capisce: nonostante i pregiudizi di chi vede in ogni uniforme qualcosa di sospetto, e nonostante gli sforzi di un giornalismo accovacciato è una notizia difficile da digerire. Perché aspettarsi che adesso l’Italia celebri un processo equo e trasparente per rispondere a una sola semplice domanda – “sono stati i due marò a uccidere i due pescatori ? “- dopo aver pagato un indennizzo, è illudersi. Purtroppo molte delle cose che avevo previsto si sono sinora avverate. Mi chiedo se sarà così anche per quel che riguarda un processo: alla fine non ci sarà, avevo detto, perché sarebbe imbarazzante per India e Italia, e il banco degli imputati, anche se disciplinato e silenzioso, diventerebbe il banco degli accusatori, di persone cui si è cercato, per trenta denari, di togliere dignità, orgoglio, diritto di difendere la propria immagine professionale. Questo è triste, amici miei, non le cazzate da talk show. Non è la prima volta, però, nella storia, che due umili militari rappresentano la dignità del Paese più e meglio degli alti gradi, e dei politici che ne hanno fissato gli impegni. I nastrini, li capisco, anche se non li amo, e i miei stanno scritti negli occhi e nelle rughe. Ma non sono i nastrini a rendere onore alla divisa, e neanche i segni delle battaglie e delle fatiche. Sono i denti stretti, la smorfia amara, la traccia delle offese che uno lascia scivolino via, in nome di qualcosa di più importante.
Post Toni Capuozzo
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