Oggi è il giorno del Lavoro che l’uomo ha sempre cercato, desiderato, voluto anche con costi altissimi di lotta e di disagi. Quel lavoro sentito come un diritto di dignità, di autodeterminazione, di autonomia. Quel lavoro da conquistare, da custodire, da usare nelle lotte contro l’ingiustizia sociale, l’emarginazione di categorie per una rivendicazione di uguaglianza.
E’ passato più di un secolo da quel 1889 in cui venne sancita una giornata dedicata, ma non è cambiato l’urlo delle piazze ” Vogliamo lavorare”. Con equità, con responsabilità. La pandemia ha creato limiti e restrizioni a volte incomprensibili, ha escluso categorie intere di lavoratori che arrancano nell’incertezza. Oggi non festeggiano un lavoro a cui non possono accedere. E l’urlo non sa contenere il dramma di un futuro con poche speranze. E là nelle lunghe file in attesa di un pasto e di una mano caritatevole, c’è il silenzio e la rassegnazione di chi ha perso tutto forse anche la volontà di chiedere. E il lavoro diventa un mito, da sognare con pudore nelle lunghe notti insonni, accartocciati in un cartone.
E’ purtroppo la Milano di oggi, che fremeva e pulsava di occasioni, che ancora un anno fa cantava “Andrà tutto bene”, che vuole ritrovare una dimensione collettiva di vita attiva. Con il lavoro.

Soggettista e sceneggiatrice di fumetti, editore negli anni settanta, autore di libri, racconti e fiabe, fondatore di Associazione onlus per anziani, da dieci anni caporedattore di Milano Post. Interessi: politica, cultura, Arte, Vecchia Milano