L’accordo militare tra Cina e Isole Salomone preoccupa gli USA e rischia di ridisegnare l’intero scacchiere geopolitico in Oceania sotto gli occhi dell’Australia.
Come spesso accade, quando un fatto internazionale occupa la maggior parte dello spazio dei media dedicato alla politica estera, ecco che da qualche altra parte del globo terracqueo accade qualcosa che, seppur di importanza ben lungi dal poter essere considerata trascurabile, sfugge e si disperde nel procelloso oceano dei mass media.
Siamo in Oceania, precisamente in uno stato insulare dell’Oceano Pacifico meridionale a nord-est dell’Australia. Parliamo di un arcipelago che conta all’incirca mille isole, situate ad est della Papua Nuova Guinea, che conta poco meno di settecentomila abitanti; stiamo parlando delle Isole Salomone.
Le Isole Salomone hanno siglato un security deal con la Cina il quale, stando alle indiscrezioni che sono ventilatedagli analisti, permetterebbe alla Cina di inviare navi da guerra e installare, sempre ricorrendo al condizionale, basi dove poter inviare truppe e materiali militari nell’arcipelago. In una bozza trapelata dell’accordo, infatti, sono state specificate le condizioni generali in base alle quali le Isole Salomone potrebbero richiedere alla Cina personale militare e di polizia armato, tra cui “l’assistenza per il mantenimento dell’ordine sociale, la protezione della vita e della proprietà delle persone, la fornitura di assistenza umanitaria, l’intervento in caso di calamità o l’assistenza per altri compiti concordati dalle parti”.
In tal senso risultano emblematiche le parole del Ministro degli Affari Interni australiano, Karen Andrews. “Per quanto riguarda la Cina, la regione del Pacifico è il nostro cortile, il nostro quartiere, e siamo molto preoccupati per qualsiasi attività che si svolga nelle isole del Pacifico”, ha detto. Parole che di riflesso esprimono le preoccupazioni degli USA i quali non possono permettere che la Cina, principale target del proprio orizzonte strategico, possa stabilirsi militarmente in una delle aree coperte dalla Five Eyes (alleanza d’intelligenze che comprendere Regno Unito, USA, Canada, Australia e Nuova Zelanda).
La notizia di questo accordo però non è un fulmine a ciel sereno, i rapporti tra Cina e Isole Salomone avevano iniziato a consolidarsi già dal 2019 dopo il passaggio del riconoscimento diplomatico da Taiwan alla Cina. Questo accordo si dimostra l’ennesimo tentativo da parte della Cina di influenzare il tessuto economico-politico-sociale dell’Oceania (negli ultimi anni sono stati evidenti i tentativi di influenzare la politica della Nuova Zelanda, con donazioni al partito del primo ministro denunciate dall’intelligence canadese e con tentativi di influenza in Australia che hanno anche portato alla realizzazione della serie tv Secret City, che parla proprio dell’influenza cinese nel territorio australiano, distribuita a ridosso delle elezioni del 2016). In questi giorni, tra l’altro, si terranno le elezioni per il rinnovo del parlamento federale australiano e uno dei temi caldi è proprio l’accordo tra Cina e Isole Salomone.
Gli USA non hanno tardato a farsi sentire mettendo in guardia il governo di Honiara dalla possibile installazione di una base militare cinese mentre in Australia trapelavano notizie secondo le quali le alte sfere del governo erano da tempo a conoscenza di questo possibile accordo trasformatosi in un documento nero su bianco. Nello specifico, Washington ha fatto sapere che le Isole Salomone “risponderanno di conseguenza” se l’accordo di sicurezza con la Cina porterà a una presenza militare cinese nello stato insulare del Pacifico.
Infatti, una delegazione statunitense in visita, tra cui il consigliere per la sicurezza dell’Indo-Pacifico Kurt Campbell, ha consegnato il messaggio direttamente al primo ministro delle Isole Salomone, Manasseh Sogavare, come ha dichiarato la Casa Bianca, mentre le polemiche sull’accordo continuano a dominare, come già detto, la campagna elettorale federale australiana.
Inoltre, uno dei più alti funzionari degli USA nel Pacifico ha rifiutato di escludere un’azione militare nei confronti delle Isole Salomone se queste dovessero permettere alla Cina di installarvi una base militare, affermando che l’accordo di sicurezza tra i due stati possa portare a “potenziali implicazioni per la sicurezza regionale” per gli Stati Uniti e altri alleati. L’ambasciatore Daniel Kritenbrink, assistente del Segretario di Stato per gli Affari dell’Asia Orientale e del Pacifico, ha fatto parte di una delegazione statunitense di alto livello che si è recata a Honiara lo scorso mese. Ha dichiarato che il team statunitense, che, tra gli altri, comprendeva il coordinatore del Consiglio di sicurezza nazionale per gli affari indo-pacifici, Kurt Campbell, ha avuto un incontro “costruttivo e schietto” di circa un’ora e mezza con il primo ministro Manasseh Sogavare, durante il quale il team statunitense ha illustrato le preoccupazioni relative all’accordo di sicurezza recentemente firmato con la Cina.
Ciò che emerge da quanto sta accadendo in Oceania in questi mesi (e anni) è sicuramente che, mentre in Europa è in corso una guerra, la resa dei conti tra Pechino e Washington sembra sempre più inevitabile. Le basi sono gettate, l’opinione pubblica non è ancora pronta, la partita a scacchi è però già iniziata da tempo ma i fari non sono ancora puntati lì.
– Mario Spoto –
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