“Non vogliamo dare soluzioni già preconfezionate: in questo momento c’è, anche, una narrazione negativa a proposito della nostra città. Allora ho chiesto a chi lavora con me di non rispondere a una narrazione con una contro-narrazione”. Lo dichiara il sindaco meneghino Giuseppe Sala, durante il suo intervento dal palco del ‘Forum dell’abitare’, organizzato al Base, a Milano. “Noi dobbiamo lavorare, dobbiamo far vedere che siamo capaci di cambiare le cose, non dobbiamo metterci a battibeccare, anche se avremmo gli elementi. Un po’ perché siamo consci di una parte dei problemi che vengono citati e, poi, perché il punto è affrontare le questioni e quella dell’abitare è centrale e lo diventerà ancora di più, lo è in tutto il mondo”
Davide Coppo in un esauriente ed efficace articolo su Rivista Studio sembra rispondere e sono considerazioni di esperienze personali, di malessere in una città che sembra rinnegare se stessa. E’ questo il cambiamento?
“…Il modello abitativo che sta prendendosi queste città ha come fine, o effetto collaterale, quello di escludere i cittadini stessi. È un modello suicida, oltre che crudele: se proprio questo tipo di crescita demografica (studenti + giovani + stranieri) ha contribuito a una ritrovata vivacità culturale e commerciale della città, trasformare Milano una città esclusiva interromperebbe quello stesso processo che l’ha resa interessante soprattutto “dal basso” nell’ultimo decennio.
Sono nato a Milano e ho fatto tutte le scuole a Milano. Sono cresciuto nell’hinterland, e poi in città. Sono uno dei pochi nativi, e spesso mi sono chiesto: di cosa è fatto l’Heimat che mi fa chiamare “casa” questa città? La verità è che quello che io sento come profondamente milanese sta scomparendo proprio sotto i colpi degli slogan compiaciuti e delle Torri Isozaki, dei quartieri-ristorante e delle costruzioni frettolose e pacchiane. A poco a poco, quello che ci sembrava una novità colorata e vivace per ridare allegria al grigio dei quartieri sta mangiandosi tutto, come una specie allogena che devasta l’equilibrio centenario di un habitat. Le strade sono mostrificate di insegne di pizzerie gourmet, i mercati pubblici vengono ristrutturati in “food hall” con macellerie pregiate di tagli curiosi e costosi (piazzale Lagosta); nel frattempo, chiudono le librerie di quartiere che riforniscono le scuole, le cartolerie, i fruttivendoli, le mercerie, i ristoranti meno cool ma che servivano uno specifico e limitato numero di case e isolati: ma non dovrebbe partire proprio da questi posti la città a 15 minuti? I cantieri generano palazzi di vetro destinati a rimanere semi-disabitati e affittati a breve termine, che potrebbero appartenere a Nanchino come a Stoccolma o Mumbai, privi di tradizione né dialogo con il contesto. I nuovi edifici si dotano di sparuti alberelli ai balconi a nascondere finiture di scarsa qualità, una patacca di Bosco Verticale da fotografare prima di tornarsene nella propria stanza pre-ammobiliata.
Leonardo Benevolo, uno degli urbanisti più importanti degli ultimi decenni, morto nel 2017, disse, a proposito del parco Tre Torri: «Abbiamo distrutto il nostro paesaggio, che è un patrimonio di rilevanza mondiale». David Chipperfield, uno degli architetti che aveva proposto una CityLife senza grattacieli, ma fatta di un vero, grande parco cittadino, ha detto: «La città lasciata in mano ai developers si prostituisce al miglior offerente: diventa un campo dove proliferano le operazioni più redditizie e più tristi».
È Milano stessa, alla fine, a trovarsi minacciata. Una città è fatta da chi la abita, ma se i processi economici finiscono per emarginare questi abitanti per sostituirli con compratori più forti, allora questi processi non li chiameremo Rinascimento né modernità: sarà invece il tentativo di trasformare Milano in un’altra realtà, architettonicamente e antropologicamente parlando.”