Arcobaleni anche senza sole che ride

Attualità RomaPost

È abitudine trovare un po’ dovunque la bandiera arcobaleno. Non si capisce bene quale ideale indichi. Confusamente si immagina quelli di qualche partitino vagamente di estrema sinistra e\o verde ecologista; ma queste fazioni ottengono risultati elettorali microscopici mentre le bandiere pluricolorate, appese ai balconi, incollate autoadesive, presenti in decine se non centinaia di migliaia di associazioni e, ahimè, di uffici pubblici sono dovunque. La bandiera arcobaleno è soprattutto il vessillo della pace (è poi per strana osmosi vessillo dell’emigrazione incontrollata, dei Lgbt, dell’utero in affitto, ecc.) che raggiunse il suo acme di diffusione vent’anni fa, nel febbraio 2003, giusto un mese prima dell’avvio della seconda guerra del Golfo di Bush jr. Allora si disse che dopo gli Usa, era nata una grande superpotenza, quella dell’opinione pubblica internazionale che in quell’anno manifestò in 100 milioni di persone in mille città. I pacifisti tout court potrebbero ricordare che al momento ci sono nel mondo, oltre la russoucraina, altre 58 guerre, di cui quattro principali; potrebbero lamentare che un conflitto fa notizia solo se distrugge almeno diecimila vite l’anno, discriminando i tanti morti ammazzati dei confitti medi e piccoli.  Nulla di tutto questo. La guerra russoucraina è troppo importante perché è in Europa cui fa temere sviluppi inquietanti.

Dopo un anno di guerra russoucraina ed il sostanziale superamento delle paure legate alle forniture energetiche, in Italia c’è comunque molta stanchezza. Il pacifismo cresce nell’opinione pubblica sia di destra che di sinistra, toccando l’unico aspetto che i paesi europei continentali possono influenzare nel conflitto attuale, vale a dire la fornitura di armi all’Ucraina. Si tratta di un supporto militare nel complesso minimo, del 3%, ampiamente superato dall’Uk e neanche visto dagli Usa, che in realtà coprono quasi tutte le esigenze. Nondimeno, la non fornitura di armi all’Ucraina non è una scelta di pace equidistante visto il confronto con la belligerante Russia; è un aiuto alle rivendicazioni di quest’ultima. Nella versione più edulcorata questo pacifismo (che sembra la posizione ufficiale pentastellata e quella ufficiosa del Pd della Schlein) sembrerebbe indicare all’Ucraina di contentarsi di perdere la parte orientale del paese pur di finirla con la guerra. Altro pacifismo, considerato più di destra, vorrebbe ricostruire i precedenti rapporti con la Russia, oltre le tante sanzioni, sia dal punto commerciale che da quello politico. È ovvio che il recente mandato di arresto europeo contro il presidente Putin annulli quasi del tutto queste speranze.

L’Europa non ha la politica estera, affatto granitica, dell’amministrazione Usa Biden, che peraltro non è affatto granitica. L’Europa non ha proprio una politica estera. Come per altre cose, procede, nello schema postYalta, come ipnotizzata dai cilici e dall’autoflagellazione dettati dai trend americani (che gli Usa non applicano però). Si vedano la rigida regolazione climatica validata solo su se stessa, la rigida giurisprudenza applicata al diritto internazionale ed alla geopolitica, la non regolamentazione delle tempeste finanziarie da derivati Usa, la rigida obbedienza alle politiche Nato, decise a Washington. L’Europa, all’indomani dell’abbattimento della Barriera antifascista e della fine della guerra fredda, contava di poter sviluppare nel lungo periodo una politica più neutralista, fuori dal riflesso condizionato del dominio precedente russoamericano. L’allargamento militare e politico ad Est ha svuotato questa prospettiva perché gli americani hanno trovato nuovi saldi ferventi alleati lungo il cordone baltico polacco rumeno. La doppia politica ha condotto da un lato alla politica energetica d’intesa russotedesca e russoeuropea di una Merkel bismarkiana e dall’altro all’accettazione ideologica delle tesi antirusse (e necessariamente anticomuniste) dei baltico polacchi. Nell’ultimo anno la guerra ha spazzato via quindici anni di passetti equidistanti tra Ovest ed Est della Germania della Merkel saltati in aria con i gasdotti Nord Stream.

L’Italia affronta un quadro ancora più complesso. La sua opinione pubblica a lungo è stata dominata da filocomunismo, facile surrogato dell’antifascismo fondante la Repubblica; nella sua seconda vita pur abbracciando le trasformazioni indotte dai trend economici americani e occidentali, ha mantenuto nelle piazze più esuberanti, e sempre meno numerose, il tradizionale antiamericanismo e l’ostilità alle numerose guerre e dintorni degli Usa, dalla Palestina, dall’Iraq all’Afghanistan, dalla Somalia alla Siria; non per il caso della Libia, la cui guerra serviva a buttare giù l’ultimo governo Berlusconi. Un anno fa nel caso russoucraino, le reazioni furono minime e tutte filoucraine. Era troppo evidente l’aggressione della blitzkrieg di Mosca che tentava di prendere Kiev. Poi via via il pacifismo nostrano si è colorato delle solite tinte del tempo del comunismo che fu, con qualche sostegno cattolico e destro. Non c’è molto entusiasmo per le parti ucraine ed il dibattito si svolge tra fautori dell’esoscheletro politico e militare Nato in cui l’Italia è chiusa, che chiedono più entusiasmo sulle tesi americane ed una rete di osservatori fondamentalmente filorussi perché contrari al dominio della globalizzazione e della pax americane. Le istituzioni europee intanto mettono sul piatto tesi apocalittiche, come il genocidio in atto del popolo e della memoria ucraine, che rammentano il trattamento agitprop usato nel caso jugoslavo e prefigurano la costruzione di un baratro spazialmente e temporalmente infinito con l’Est. Allo sguardo del profano, pur nella distruzione crudele, caotica, disordinata russa, il conflitto sembra un massacro congiunto che complessivamente conta già 350mila morti, più della metà dei nostri in sei anni di Grande Guerra.

Mentre l’Occidente criminalizza definitivamente l’uomo che appare ancora padrone del governo russo, dopo essersi cullato con sogni di rivoluzione interna e malattie, l’imperatore della Cina, Xi Jinping, il segretario comunista cinese (dal 2012) e presidente cinese (dal 2013) lo andava a incontrare accolto dal massimo sfarzo.

Russia e Cina stanno procedendo a tappe forzate verso un’alleanza sistemica degna dei primi tempi di Stalin e Mao (a parti invertite). L’Occidente sembra sempre più deciso a chiudere del tutto il rapporto con la Russia, sperando che basti il sacrificio di centinaia di migliaia di ucraini per ridimensionare Mosca. Con la Cina, i toni sono tutt’altri; Pechino è nei fatti sempre uno stretto partner della globalizzazione economica., pur essendo su vari piani un nemico peggiore della Russia.

La proposta di pace elaborata dalla Cina, e già respinta a nome di tutti dagli Usa, diventerà un mantra nei prossimi mesi per il movimento pacifista. Il leader ucraino Zelensky verrebbe ulteriormente criminalizzato come autocrate, mafioso, rivenditore in Africa delle armi ottenute, secondo un modello giustizialista ben conosciuto e che poggia anche su qualche verità, dato che non esistono solo santi e diavoli. Nella pace prevista i russi otterrebbero, almeno in parte, i loro obiettivi e Putin non sarebbe più ricercato, né la Russia sanzionata. Nessuno potrebbe giurare però che, dopo un opportuno periodo di rafforzamento, come avvenne per la seconda guerra di Cecenia, Mosca non attaccherebbe di nuovo l’Ucraina. Il tempo intercorso sarebbe però sufficiente a far entrare l’Ucraina nella Nato ponendola sotto una inattaccabile protezione militare.

A quel punto l’isterica reazione pacifista raggiungerebbe picchi degni delle proteste contro la guerra nel Vietnam. L’Europa storica, anche quella moderata, vedrebbe con preoccupazione lo spostamento nell’est europeo del baricentro della Nato, che a quel punto sarebbe dominato dallo stretto rapporto tra Usa ed il docilissimo gruppo baltico polacco ucraino. Invece che una lenta evoluzione neutralista, l’Europa della sanità e delle pensioni sarebbe legata mani e piedi alla politica espansionista della pax americana, con in più il fardello dell’arretrata Europa orientale.

Ma non ci sarebbe alternativa (forse nella fantasia una Svizzera neutrale allargata ai fondatori europei).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.